Doclisboa, il Festival internazionale documentaristico di “lotta” e “resistenza”

Cintia Gil – foto di João Carlos
244 documentari, 44 paesi presenti con i loro film e tanti giovani documentaristi, il Doclisboa 2013, svoltosi dal 24 ottobre al 3 novembre dello scorso anno, è stato senza dubbio un festival politico e militante per diversi motivi, a cominciare dai film scelti per l’apertura e la chiusura del festival. Ad aprire l’undicesima edizione del Doclisboa è stato “Pays Barbare” di Yervant Gianikian e Angela Lucchi (sul fascismo e il colonialismo italiano) e “Dast-Nevesthehaa Nemisoosand” (in inglese “Munuscripts don’t burn”) di Moahammad Rasolulof. Il regista iraniano avrebbe dovuto presiedere una delle giurie del DocLisboa, ma il suo passaporto è stato sequestrato nel mese di settembre a Teheran. La sedia di Rasolulof è rimasta vuota, come simbolo di protesta per l’accaduto.

Abbiamo intervistato al termine del Festival internazionale documentaristico di Lisbona, Cintia Gil, vicepresidente dell’Apordoc (Associazione portoghese per il documentario), organizzatore del Doclisboa.

 

Foto di Rita Lopes


Partiamo da quest’anno, l’undicesima edizione del DocLisboa. Nel discorso di apertura si è parlato di un festival di lotta e resistenza. Perché?

Perché un festival di cinema non può essere inteso solo come un mezzo di celebrazione del cinema, ma va inteso anche come un luogo di riflessione, di comunità, dove c’è l’opportunità di pensare a ciò che sta succedendo nel cinema, in questo caso il cinema documentario, e ciò che sta succedendo nel Mondo, in Europa e in Portogallo. Nel nostro paese viviamo una situazione nel cinema, nella cultura e nelle arti, di limbo assoluto. Manca la volontà e l’intelligenza politica, si sta massacrando un patrimonio culturale. Pertanto un festival deve avere questa responsabilità. Questo festival è fatto con soldi pubblici, pertanto bisogna avere la responsabilità politica di rendere conto di quelle che sono le preoccupazioni fondamentali dei cittadini ed anche, senza dubbio, del cinema.

 

Com’è la situazione del cinema in Portogallo, anche visto che c’è una nuova legge sul cinema? (Mentre l’articolo viene pubblicato, il governo sta discutendo se e come modificare la legge).

 

Ci sono state enormi difficoltà per approvare questa nuova legge, nel 2012 non si sono aperti concorsi nell’Instituto do Cinema e do Audiovisual (ICA) perché la legge non era stata approvata. Finalmente è stata approvata, omologata, pertanto la legge ora esiste e opera un “allargamento”: se una volta il cinema era finanziato con delle tasse sulla pubblicità della televisione pubblica, questa legge ha allargato il finanziamento con delle tasse ai canali privati, sia televisivi che via cavo. Quella che sta accadendo però è che questi operatori, Meo, Vodafone, Cabovisão, Zon/Optimus hanno dichiarato pubblicamente che non adempiranno alla legge, non pagheranno. Di fronte a questa sfida, perché questa è una sfida allo stato di diritto, il governo si è limitato a lavarsene le mani e dire che tenteranno di far rispettare la legge. Il governo però non ha ancora presentato un piano alternativo. Nessuna decisione politica che permetta di rimediare alla situazione attuale. In Portogallo non abbiamo un ministero della cultura, vi è un segretario di stato che non ha, come si è visto, nessuna capacità politica. Il presidente dell’ICA (Instituto do Cinema e do Audiovisual) si è dimesso; sembra si stia avvicinando in Portogallo un nuovo anno zero, se il governo non prende una decisione, non ci saranno concorsi nel 2014, mentre non si sa cosa succederà nel 2015. Andando avanti così, il Portogallo non avrà più la possibilità di finanziare il cinema, meno che mai quello indipendente.

 

Quanti film vengono prodotti mediamente ogni anno in Portogallo?

 

In questo momento non so dirle il numero esatto, L’ICA è in possesso di questi numeri, la questione è però un’altra: quello che è strano in Portogallo, e allo stesso tempo meraviglioso, è che, nonostante questa situazione si continuano a fare film, perché il Portogallo ha veri registi, veri produttori, uomini e donne che vogliono veramente fare cinema, pieni di talento.

 

Il Doclisboa, insieme ad altri festival, fa parte del Doc Alliance. Può spiegarci di cosa si tratta?

 

Noi siamo entrati a farne parte l’anno scorso; il Doc Alliance è un partenariato tra sette festival europei molto differenti tra loro, tutti però hanno in comune e difendono un’idea di cinema documentario in quanto pratica artistica e che deve essere difeso fuori dal campo esclusivo della televisione e del mercato televisivo. Il Doc Alliance comprende anche una condivisione di informazioni e un portale dove facciamo divulgazione del cinema documentario europeo dei paesi partecipanti a questo progetto, attraverso eventi online, freestreaming e anche tramite un catalogo. C’è inoltre un premio, il DocAlliance Award e ogni anno ogni festival sceglie un film che lo rappresenti, nel 2012 a vincere è stato un film portoghese, “Cativeiro”, di André Gil Mata.

 

Come nascono le diverse sezioni all’interno del DocLisboa?

 

Quando come Apordoc siamo entrati nella direzione il DocLisboa, dalla 10° edizione in poi, il festival aveva già una storia molto lunga, abbiamo mantenuto tuttavia quella che era la struttura fondamentale del festival, con le sue sezioni competitive, come ad esempio “Heart Beat”. Abbiamo quindi creato tre sezioni nuove, “Cinema de Urgência”, perché è un momento molto particolare per il Portogallo. Per la prima volta, dopo molti anni, ci sono state cariche violente della polizia durante le manifestazioni. Ci sono state però persone che hanno filmato queste manifestazioni e che successivamente hanno pubblicato i loro video su internet. Abbiamo pensato che fosse utile e giusto creare questa sezione per dare spazio a questi eventi e documentare l’accaduto. Un’altra sezione innovativa s’intitola “Verdes Anos”. Ne sentivamo la necessità perché uscivano ed escono tutt’oggi molti film di registi giovani o meno giovani che hanno un punto di vista particolare, un’idea di cinema, ma che hanno bisogno di un feedback, di un contesto di riflessione. “Verdes Anos” è un luogo creato per questo. È stato un successo sin dall’inizio. Quindi “Passagens” che è una sezione che in fondo rende conto di un fenomeno interessante, l’incrocio tra la pratica del cinema documentario con la pratica delle arti visuali e in particolare delle istallazioni. In “Passagens” abbiamo mostrato istallazioni, il primo anno è stato un dialogo tra le istallazioni di Chantal Akerman, della quale abbiamo fatto una retrospettiva integrale e le istallazioni di Pedro Costa. Questa è essenzialmente la “mappa” del DocLisboa. I criteri hanno a che vedere con un equilibrio: ciascuna sezione ha la sua identità e le sue caratteristiche proprie ma per noi è molto importante creare dialoghi tra loro.

Foto di Rita Lopes

 

Vi siete fatti un’opinione, in quanto Apordoc, sui film che hanno vinto le varie sezioni quest’anno?

Da un lato siamo molto contenti perché ancora una volta, per la seconda volta, era successo anche nel 2011, un film portoghese (“E Agora? Lembra-me” di Joaquim Pinto) ha vinto anche la competizione internazionale, questo per noi è motivo di orgoglio e motivo di soddisfazione. Questa vittoria per noi è stato molto importante per varie ragioni: da un lato perché è un film che si relaziona con la questione dell’intimo e del politico, dall’altro è un’esperienza di cinema travolgente, perché è realizzata da un regista come Joaquim Pinto che fa parte della storia del cinema portoghese, sia come regista che come produttore e anche come come tecnico del suono. È un uomo con una cultura ed una sensibilità particolari e molto vaste. Da un lato è un film che parte da una problematica molto intima e molto difficile, ovvero un anno di cure sperimentali contro l’AIDS, e all’improvviso si trasforma in un film sul cosmico e sul modo in cui la vita, l’organismo e l’amore si relazionano in queste differenti scale ed è impossibile delimitarli. Per quanto riguarda sempre la competizione internazionale, la menzione speciale della giuria è andata a “Once I entered a Garden” di Avi Mograbi, un film che ci parla, ancora una volta, della storia di due amici, una storia privata. Questo incontro, che ad un tratto ci apre tutta la questione israelo-palestinese, tutta la questione del mondo arabo, tutta la storia di questa convivenza, in una maniera che rifiuta preconcetti, pregiudizi, e che in fondo prova che la vita di ogni uomo è un ricchissimo luogo di lettura di quello che è la nostra vita comune.

 

Nella competizione portoghese ha vinto il giovane regista Gonçalo Tocha con “A mãe e o mar”, vi sono stati però altri documentari innovativi in quest’edizione del Doclisboa?

Foto di Rita Lopes

“A mãe e o mar” è un film molto bello, molto sensibile, quello che Gonçalo fa in questa relazione diretta e scherzosa con i personaggi è straordinario. lui ha una capacità incredibile di relazionarsi con le persone con le quali lavora. (Il film è stato proiettato anche all’ultimo Festival del cinema di Roma, Ndr). C’è poi Il corto di João Viana, “Tabatô”, un film che apre frontiere, non possiamo dire che è un documentario nel senso ortodosso del termine, ma è un cinema-documentario che trasforma se stesso. Da ricordare anche, nella sezione “Opere Prime”, il film di Maria Clara Escobar, film luso-brasiliano che ancora una volta è una storia intima, una regista alla ricerca del padre, suo padre vive qua (in Portogallo) ed è la storia della relazione di una giovane figlia e del padre che poi affronta la storia politica del Brasile, la dittatura, l’oppressione, la lotta armata. E ancora: un film bellissimo che ha vinto un premio come Opera Prima è “Eclipses” di Daniel Hui, un regista di Singapore che è studente alla CalArts. Era nella sezione “Riscos”, e anche questo parte da una storia familiare, per cercare di tracciare le relazioni sociali e anche le problematiche dell’immigrazione, le questioni del presente delle nuove generazioni di Singapore. È un gesto cinematografico di una bellezza estrema e di un’intelligenza enorme.

 
Di Daniele Coltrinari
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