Anche la Galizia si racconta a Lisbona

Una regione della penisola iberica, che si estende a partire dal confine a nord con il Portogallo; una regione, una terra, una storia non sufficientemente raccontata al mondo e all’Europa. Come molte realtà spagnole, la storia della terra galega si sviluppa a partire da rivendicazioni indipendentiste che vogliono riaffermare la cultura, il modo di vivere e di essere, una dignità economica di territori da molto tempo schiacciati da logiche centraliste ed escludenti, logiche portate avanti nella storia della politica spagnola. E come il popolo basco, anche la Galizia vuole alzare la voce, per raccontare la propria realtà.

galizia

Per fortuna che a farlo questa volta è uno studente, ovviamente galego, aspirante giornalista. David Fontàn Bestilleiro, oltre a essere un attivista per la causa galega, è un erasmus a Lisbona, come lo sono tanti in questa città. Ebbene, lo abbiamo intervistato, gli abbiamo chiesto di raccontarci un po’ la sua terra, qual è la storia culturale e linguistica che caratterizza la Galizia. E infine, non potevamo domandarci che rapporto c’è con l’ormai celebre Unione Europea.

 

David, prima di tutto: la particolare storia della lingua galega?

La lingua galega è la lingua del territorio che comprende la Galizia di oggi, così come gli altri territori che fanno parte della Comunità Autonoma dell’Asturia, Castiglia e Leòn. E’ ancora difficile stabilire dei limiti temporali per indicare la nascita della lingua galega, si consideri che il galego nasce verso il nono secolo. Durante l’età media si andò espandendo verso il sud, interessando l’attuale Portogallo.

E’ per questo che la lingua portoghese ha la sua nascita nella Galizia.

Il così detto galego-portoghese fu una lingua di grande prestigio nell’Europa dell’epoca, come la sua letteratura, che fu una delle più importanti di quel periodo. A partire dal quindicesimo secolo, quando la nobiltà galega fu sostituita da quella castigliana, con la conseguente dominazione (conosciuta come “Dominazione e repressione del Regno di Galizia”) la situazione cambiò e prese avvio un conflitto che continua fino ai nostri giorni. La lingua castigliana fu imposta all’interno delle amministrazioni pubbliche, della giustizia, della religione…Il galego continuò a essere parlato tra la popolazione, ma sparì dagli ambienti della vita pubblica. Questo periodo è conosciuto come “Il secolo oscuro”. Le rivendicazioni e i tentativi di riaffermare l’autonomia della lingua galega iniziarono verso la seconda metà del diciannovesimo secolo, da parte di alcuni intellettuali.

Durante il ventesimo secolo la lotta proseguì con maggior forza, riportando alcune vittorie. Ciò avvenne specialmente nel periodo della seconda repubblica (1931-36), quando venne approvato uno statuto che sanciva l’autonomia del territorio galego. Ma dopo il colpo di stato militare della dittatura franchista, aumento la repressione contro le differenze culturali che si trovavano fuori dal controllo dello stato spagnolo. La nostra lingua riapparse all’interno degli ambienti della vita pubblica con la dichiarazione d’Autonomia del 1981. Ma un’autonomia reale oggi, di fatto, non c’è. E’ interessante notare come la lingua galega venne considerata una variante della lingua portoghese, posizione sostenuta da molte associazioni culturali a livello internazionale. Tali assunti diedero vita a quella nozione oggi conosciuta con il nome di “reintegrazionismo”. In ogni caso, la cosa certa è che non c’è alcuna politica rispetto alla conservazione della lingua originaria galega, che riesca a impedirne il disuso. Tuttavia, gli ultimi dati ufficiali confermano che, in percentuali, il galego continua a essere praticato di più che il castigliano, anche se tra le nuove generazioni la situazione è drammatica.

Non è difficile incontrare una ragazza o un ragazzo che non riconosce alcun valore alla loro lingua d’origine.

 

Abbiamo accennato anche alle nuove generazioni. Oggi, da giovane, come avverti la situazione sociale in Galiza?

 

La situazione sociale è molto simile a quella di paesi come la Spagna, il Portogallo e il resto dei paesi del sud Europa: alti tassi di disoccupazione, problemi di esclusione sociale. L’emigrazione costituisce un handicap molto forte, considerando la quantità sempre più alta di emigranti; costituiscono la parte più importante della popolazione.

 

 

E verso il Portogallo? C’è ancora un forte movimento di emigrazione?

 

L’emigrazione in Portogallo fu, tradizionalmente, molto forte specialmente a Lisbona. Essa ebbe avvio già nel Medioevo, quando molte persone tentavano di raggiungere le terre non dominate dagli arabi. Dopo il famoso terremoto del 1755 molti galeghi emigrarono nella capitale portoghese, rendendosi protagonisti della ricostruzione. Ci furono molti architetti provenienti dalla Galizia che si adoperarono in tal senso. Oggi la situazione è molto diversa. I galeghi continuano a emigrare per tutto il mondo, ma il Portogallo diventa una meta sempre meno attraente, seppur molto vicina e accessibile, a causa della crisi economica che lo sta attraversando.

 

L’emigrazione, quindi la dimensione internazionale del popolo galego… E dell’Europa? In Portogallo ci sono molti e accesi dibattiti sulla questione europea e su cosa debba essere, da un punto di vista politico, il vecchio continente…

 

L’entrata nell’Unione Europea è stata, in generale, molto negativa per gli interessi della Galizia. Da un punto di vista economico, i tagli imposti dalla Troika e una cattiva gestione della faccenda da parte del governo spagnolo, hanno portato alla morte vari settori produttivi, in particolare quello agricolo-alimentare, il settore produttivo più importante del paese. Un altro settore molto importante a livello economico in Galizia è quello navale (costruzione di imbarcazioni). Gli insediamenti industriali, di tal genere, più importanti come quelli di Vigo e Ferrol stanno morendo per mancanza di lavoro. La responsabilità, ancora una volta, è del governo Spagnolo. Personalmente io mi considero un europeo, europeista, se vogliamo. Nella storia d’Europa, la Galizia dall’impero romano fino ai nostri giorni resta una realtà che ha contribuito alla fondazione della cultura europea. Ma l’europeismo che io intendo non è quello dell’Europa dei mercati, ma quello dell’Europa dei popoli, unione che nasce per il soddisfacimento dei bisogni e degli interessi di tutti i popoli europei. E questo sembra essere un qualcosa ancora molto lontano dalla realtà.

 

Europa e popoli europei, alcuni dei quali rivendicano un’indipendenza negli stati in cui si trovano. In tal senso, qual è la condizione politica degli indipendentisti galeghi? Ci sono molte differenze con i molti altri movimenti indipendentisti spagnoli?

 

Il galeghismo, ad esempio, è un movimento cultrale che rivendica una maggiore autonomia; esso nasce durante l’ultimo arco di secolo, ad opera di movimenti intellettuali paralleli a quelli nati nei territori baschi e catalani A livello storico, la dominazione castigliana, la mancanza di un apparato industriale, quindi di un ceto imprenditoriale (borghese) sono fattori che hanno reso sfavorevoli le condizioni materiali per delle rivendicazioni realmente efficaci a livello politico. Per non parlare del periodo franchista, dove la repressione si accentuò nettamente. In generale, l’essere galego significava spesso essere marxista o comunque di sinistra. Anche a livello di militanza politica entro strutture organizzate. Tuttavia, la demonizzazione dell’indipendentismo portò a considerare le rivendicazioni di indipendenza entro il quadro dei partiti di estrema sinistra, come una deriva nazionalista delle stesse forze politiche. In ogni caso, la condizione dei militanti è molto complessa, a causa delle politiche repressive del governo; un governo che è arrivato persino a inventare l’esistenza di un gruppo terroristico indipendentista chiamato “Resistenza galega”, di cui non si sa nulla, con certezza (non ci sono mai stati atti terroristici comprovati). Come per la situazione basca e catalana, le politiche dello stato in merito ai movimenti indipendentisti fanno riflettere sui reali livelli di democrazia esistenti dentro lo Stato spagnolo…

Siamo alla fine. Ma è solo un inizio, in realtà: per scoprire questa terra così vicina al Portogallo. Ringrazio ancora David per questa intervista, per questo racconto. E nel frattempo, non posso che consigliarvi un locale che si trova a Lisbona, zona Martin Moniz: “Anos 60”. Ottima birra. Il proprietario, ovviamente, è galego.
di Edoardo Raimondi

 

Nato agli albori degli anni ’90 a Chieti, in Abruzzo, studia all’Università di Pisa, dove ha conseguito la laurea triennale in filosofia con una tesi su Hegel e l’idealismo tedesco. Ora a Lisbona, scrive dell’attualità politica e universitaria fra Italia e Portogallo collaborando anche con il giornale “Il Becco” www.ilbecco.it
Salvo accordi scritti, la collaborazione di Edoardo Raimondi a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.
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