La guerra dell’Europa

La foto è tratta da http://www.testelibere.it

Monia Bernini è laureata in lingue e letterature europee e in giornalismo e nuovi media, specializzata nell’ambito delle relazioni e delle funzioni internazionali. Ha scritto diversi libri sull’Europa: La guerra dell’Europa, Risvegliàti (quest’ultimo scritto con Alberto Medici), Liberarsi dalla dittatura europea e Sterminio Segreto. Impegnata nel movimento Per il Bene Comune, cura periodicamente un proprio videoblog, http://www.ilpuntotv.it e collabora inoltre con la piattaforma indipendente http://www.testelibere.it

Siamo riusciti a intervistarla per Sosteniamo Pereira

Come sei finita in Grecia e quando hai scritto il libro La guerra dell’Europa?

A fine 2011 ho deciso che sarei andata ad Atene per raccogliere una serie di testimonianze dirette su una situazione che amici e contatti greci mi descrivevano ben diversa da quella che veniva tratteggiata nei media italiani. Il salvataggio ellenico a opera dell’UE non trovava corrispondenza nelle notizie allarmanti che ricevevo quasi quotidianamente via email da oltre Adriatico, così ho deciso di organizzare una trasferta low cost e fra fine febbraio e inizio marzo del 2012 ho raccolto direttamente le voci di cittadini qualunque, docenti universitari, rappresentanti di movimenti, del sindacato, di associazioni di consumatori, economisti, medici, avvocati, blogger, ecc… Un vero e proprio shock per me, che ero già stata ad Atene per tenervi conferenze e per turismo. Una città piegata, messa in ginocchio dalla crisi. Una situazione terribile, totalmente oscurata dai media italiani. Al mio rientro dunque ho pensato che fosse necessario testimoniare la realtà, attraverso articoli e un libro.

Cosa succede in Grecia? Cosa è successo? Perché?

Per comprendere cosa è successo in Grecia si deve, a mio avviso, risalire al contagio derivante dalla scoppio della bolla dei mutui subprime negli USA, anche se in realtà sarebbe opportuno ragionare in termini più generali, globali. Limitarsi a considerare il tutto nell’ottica di una crisi strutturale con causa-effetto sarebbe un grave errore. Infatti, come recitava uno striscione apparso in piazza a Madrid nella primavera del 2011 (No es una crisis, es el sistema), sarebbe più opportuno ragionare tenendo conto soprattutto dell’impatto della globalizzazione economica e finanziaria, e di come tutta una serie di strutture internazionali – come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Centrale Europea e la Commissione Europea – hanno agito con una contemporanea forma di guerra sorda, combattuta senza armi tradizionali ma con i colpi sparati dai mercati e dalle agenzie di rating, abbia di fatto colonizzato e stia depredando non solo la Grecia, ma anche l’Irlanda, la Spagna, l’Italia, il Portogallo (e non va meglio neppure a Cipro o in Slovenia, mentre duri contraccolpi sono accusati persino dalla insospettabile Finlandia). In un simile contesto, diventa relativamente semplice appurare il fallimento della politica e delle varie classi dirigenti, asservite al potere di banche e grande finanza internazionale.

Ma per tornare alla Grecia, il morso di quella che è generalmente definita ‘crisi’ è palpabile specie nella capitale, dove vive circa metà dell’intera popolazione ellenica (circa 5,5 milioni di persone su un totale di poco più di 11 milioni) e nelle grandi città come Salonicco e Patrasso. Il numero di attività economiche cancellate è da brivido, mentre le uniche botteghe in controtendenza sono i negozi “compro oro”. Si studia su fotocopie perché mancano i libri, mentre sono numerosi i casi di bambini che si sentono male a scuola perché sono denutriti. Si va in ospedale, ma si devono acquistare garze, alcool e medicamenti in farmacia per poter essere assistiti, sempre che si abbia diritto all’assistenza sanitaria, dal momento che chi non lavora almeno 150 giorni all’anno perde la copertura del Servizio Sanitario Nazionale. Se si considera che sono ormai diverse centinaia di migliaia le persone che sono state licenziate, si comprende bene quanto questo problema sia drammatico.

Sono decine di migliaia le persone costrette a vivere all’aperto nei parchi della capitale; intere famiglie obbligate all’addiaccio per le misure insostenibili adottate dal governo, assunte in ottemperanza ai diktat della grande finanza. Il numero di poveri è cresciuto enormemente, così come quello dei suicidi (si parla di oltre 7000 suicidi riconducibili alla crisi negli ultimi due anni); la disoccupazione è alle stelle, mentre sono stati ripetutamente tagliati i salari, gli stipendi e le pensioni.

A nulla sono valse i continui sacrifici e le misure di austerity imposte con i memorandum: dalle privatizzazioni massicce, alla svendita di intere isole; dalla revisione del sistema pensionistico alla drastica riduzione delle retribuzioni (per arrivare al 1 gennaio del 2015 con l’introduzione di un salario minimo standardizzato di appena 360 euro mensili) all’incremento dell’Iva (23%); dall’aumento della pressione fiscale, al rincaro di carburanti, alcolici e sigarette, ecc… Il debito, in larga parte ormai costituito da interessi sullo stesso debito pregresso e sui cosiddetti ‘aiuti’ ricevuti in sede europea e internazionale, è sempre più grande: le banche e la grande finanza tengono in scacco la popolazione greca.

 

E nel sud Europa?

Nell’intera Unione Europea, secondo quanto riportato da Monti e Goulard nel libro “La democrazia in Europa”, ci sono circa ottanta milioni di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, mentre anche il cosiddetto ceto medio è minacciato (e in alcuni casi già pesantemente colpito) dal declino sociale.

I paesi del Sud Europa, pur non essendo gli unici, sono quelli che maggiormente stanno soffrendo la morsa di questa crisi sistematica (a riprova del fatto che, all’epoca dell’ingresso nell’Unione Monetaria, la tanto decantata area valutaria ottimale era pura e semplice propaganda, avendo i vari paesi europei una situazione economica, fiscale, occupazionale, ma anche sociale, profondamente disomogenea).

I provvedimenti assunti a livello dei vari governi riflettono fedelmente le ricette indicate dalla cosiddetta ‘troika’ (FMI, BCE, Commissione Europea), sia nel caso di vincoli giuridici come i memorandum di intesa (applicati a Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo e Cipro), sia, nel caso di una sorveglianza ravvicinata (Italia). L’urgenza di una rapida diminuzione del debito permette agli eserciti della grande finanza internazionale di impadronirsi degli assets degli stati che conquistano e sottomettono attraverso le privatizzazioni, le liberalizzazioni, le concessioni per l’escavazione di idrocarburi e minerali. Poi si accaparrano la proprietà delle infrastrutture: autostrade, linee ferroviarie, porti, aeroporti. Infine, grazie ai provvedimenti vincolanti (direttive) della Commissione e del Consiglio Europeo si appropriano del controllo dei settori commerciali e industriali, nonché dell’agricoltura, della pesca e dell’allevamento. Il memorandum spagnolo ad esempio prevede misure destinate alla ricapitalizzazione, ristrutturazione e rafforzamento delle banche, con tanto di timeline grafica che evidenzia le iniezioni dei capitali statali nella loro pancia. Tuttavia il patto non dimentica di riportare altre prescrizioni, genericamente indicate con:

L’introduzione di un sistema fiscale coerente con gli sforzi di risanamento di bilancio e più favorevole alla crescita;
L’attuazione delle riforme del mercato del lavoro;
L’adozione di misure per la liberalizzazione delle professioni e delle attività commerciali;
Il completamento delle interconnessioni della fornitura del gas e dell’elettricità con i paesi vicini

Il Memorandum è imposto a una Spagna che, come la Grecia, garantisce la copertura del servizio sanitario solamente a chi lavora, in un paese in cui – secondo i dati ufficiali del Consejo General del Trabajo Social al 31 dicembre 2012 – c’erano circa 6 i milioni di persone disoccupate (mentre la disoccupazione giovanile viaggia oltre il 50%), con uno spagnolo su 5 che vive al di sotto della soglia di povertà. Secondo il Consejo General del Poder Judicial, inoltre, nel 2012, le esecuzioni ipotecarie sono aumentate del 134,13% facendo scattare un allarme per quello che è definito dallo stesso Consiglio “un conflitto sociale”.

Anche a Cipro, vincolato con memorandum di intesa nell’aprile 2013 dal Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), ha subito l’imposizione di una serie di misure drastiche:

Incremento dell’età pensionabile di 2 anni per numerose categorie di lavoratori;
Congelamento delle pensioni del settore pubblico;
Abolizione di tutte le esenzioni per l’accesso alle cure pubbliche per le persone senza reddito (ad eccezione di chi soffre di gravi patologie croniche);
Creazione di un inventario degli asset del governo e degli enti pubblici, che comprenda anche i beni immobili e i terreni. Prima di tutto sarà data priorità alla privatizzazione degli asset con il più alto valore commerciale. Il piano di privatizzazioni dovrebbe servire per rendere più sostenibile il debito (sic!) e per aumentare l’efficienza economica attraverso una maggiore competitività e l’ingresso di capitali;
Aumento della tassa sugli immobili;
Sfruttamento del gas offshore e messa in campo di un piano infrastrutturale per il gas, tenendo conto dei possibili rischi e delle incertezze a livello commerciale;
Riduzione degli emolumenti di pensionati e impiegati del settore pubblico;
Blocco degli aumenti degli stipendi nel settore pubblico;
Riduzione dei dipendenti pubblici di almeno 4500 unità (si tenga conto che la popolazione cipriota è poco meno di un milione, quindi sarebbe come a dire che in Italia sono fatti sparire 270.000 posti) nel periodo 2012-2016; blocco delle nuove assunzioni;
Integrazione dei posti vacanti dovuti a pensionamenti con il rapporto 4:1, ovvero un assunto per ogni 4 persone che vanno in pensione;
Aumento delle accise sul tabacco (+20 centesimi per ogni pacchetto di sigarette), sulla birra (+25%), sulla benzina e sul gasolio;
Aumento dell’IVA dell’1%.
La spoliazione e l’impoverimento continuano irrefrenabilmente in tutto il Sud Europa.
 

In Portogallo, hanno paura di una spirale greca. Cosa dovrebbero fare per evitare una situazione del genere?

Temo di dover essere drastica, avendo la netta sensazione che anche il Portogallo sia finito nel medesimo vortice che sta risucchiando le risorse economiche e annientando la dignità dell’esistenza dei cittadini greci. Infatti, come la Grecia, anche il Portogallo è da tempo sotto contratto con la troika e nell’aggiornamento del Memorandum d’Intesa del dicembre 2012 si trovano misure molto simili a quelle applicate in territorio ellenico. Si va dalla ricapitalizzazione delle banche alla diminuzione della spesa nelle pensioni; dall’aumento delle tasse sui redditi, alla diminuzione della deducibilità degli interessi sui mutui; dall’ aumento delle tasse su tabacco, alcol e gas naturale, alla privatizzazione della compagnia aerea nazionale, di alcuni aeroporti, di un canale e di una stazione radio televisiva, oltre che del servizio idrico (Aguas de Portugal); dalla creazione di un inventario generale (Stato ed enti locali) di assets e beni immobili che possano essere privatizzati in futuro, alla diminuzione degli ammortizzatori per i disoccupati; dai tagli salariali alla liberalizzazione dei mercati dell’elettricità e del gas, ecc. Si applicano dunque provvedimenti standard, in Portogallo come nel resto del sud Europa (e non solo) e immancabilmente si ottengono gli stessi risultati: i dati relativi a inizio giugno 2013 parlavano di un calo del PIL del 4% su base annua e di un crollo negli investimenti del 16,8%.

Penso dunque che sarebbe opportuno immaginare come tentare di sfuggire a questo vortice del debito che sta fagocitando diversi popoli europei. Per riuscirci, a mio avviso, è necessario svincolarsi e rendersi autonomi dalle politiche di un’austerity che è fallimentare per dichiarazione dello stesso Olivier Blanchard, economista di spicco del FMI (numero due del Fondo, dopo la Lagarde). Ma è doveroso ripensare all’Europa stessa e a quell’idea di Unione basata non sul mercato unico come principio fondante irreversibile, bensì sulla unione dei popoli, delle culture; sulla solidarietà fra i cittadini. Una diversa Unione da costruire, che sia anche area di libero scambio, ma che metta al centro interessi sociali, culturali, politici ed economici condivisi dalle popolazioni europee. E una Unione che sappia reagire al potere di banche, multinazionali e grandi speculazioni finanziarie internazionali, proteggendosi al contempo dalla tabula rasa prodotta dalla globalizzazione.

È un’impresa difficile, ma non impossibile, specie se i cittadini del Portogallo, dell’Italia, della Spagna, della Grecia, di Cipro (ma anche della Francia, dell’Irlanda, della Finlandia e di tutti i paesi ora in sofferenza) decideranno di cooperare e di costruire un’Europa che sia davvero una casa accogliente e vivibile per i nostri popoli.

di Daniele Coltrinari

 

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