Infancia clandestina


 

Per la Mostra del cinema dell’America Latina, organizzato dalla Casa da América Latina di Lisbona, è stato scelto per la serata di chiusura Infancia clandestina, del regista argentino Benjamín Ávila; film autobiografico, ispirato alla storia dei suoi genitori, e dedicato dal regista a sua madre, “desaparecida” durante la dittatura militare.

 

Argentina, 1979. La dittatura militare del generale Videla sta attuando, in quegli anni, una feroce repressione su ogni forma di dissenso politico. L’organizzazione guerrigliera del Movimiento Peronista Montonero, nata nel 1968 durante l’esilio in Spagna di Perón, si ispira al suo primo governo (1946-1955), che aveva realizzato diverse riforme di tipo progressista, tendenti al miglioramento delle condizioni di vita della classe lavoratrice e alla sua maggiore inclusione politica e sindacale e aveva perseguito una politica di nazionalizzazione delle risorse energetiche ed una progressiva industrializzazione del paese.

I Montoneros hanno una composizione variegata, nell’organizzazione militano cattolici, marxisti, contadini, piccolo borghesi cittadini. Nel 1979 il Movimento, che si era allontanato dallo stesso Perón negli anni ’70 ed era entrato in aperta contrapposizione, dopo la sua morte, con il governo della sua terza moglie Isabelita, è stato, dopo il colpo di stato dei militari del ’76, quasi completamente distrutto; nel giro di poco tempo i quadri dirigenti furono scoperti e eliminati, e molti dei simpatizzanti finirono nella lunga lista deidesaparecidos

L’uso della prima persona, dell’io narrante, in letteratura è caratteristico di molti scrittori e di molti romanzi, ma è più difficile da rintracciare in un film, dove, per forza di cose, un attore è sempre “prima persona” quando recita ed è sempre “terza persona” per lo spettatore che lo vede sullo schermo. Il lettore, diversamente dallo spettatore, quando legge un libro in prima persona, dice “io” allo stesso tempo in cui legge l’autore, un altro “io” che parla di sé. Eppure Infancia clandestina è un film che riesce a raccontare l’esperienza di crescita di un bambino attraverso i suoi stessi occhi, i suoi pensieri, le sue emozioni. 

 

Juan nel 1979 arriva in Argentina da Cuba, e si ricongiunge con i genitori e la sorellina di un anno, che sono tornati in patria seguendo un altro tragitto. Juan in Argentina cambierà identità, si chiamerà Ernesto e dovrà affrontare la sua nuova vita, la scuola, le amicizie, il suo primo amore, tra le mille precauzioni che gli impongono la vita e l’attività clandestina della sua famiglia. I genitori di Juan infatti, insieme a suo zio Beto, sono militanti Montoneros, svolgono la loro attività politica sotto la copertura di una fabbrica artigianale di cioccolatini e vivono in una località segreta. Gli altri militanti, e persino la nonna del bambino, vengono condotti a casa loro in un furgone e bendati, perché non sappiano, e quindi non possano avere la possibilità di svelare, se arrestati e torturati dalla polizia, dove si trova la loro casa, cellula del movimento in quegli anni di durissima resistenza contro la dittatura.

Ed è sotto il segno della precarietà di una vita clandestina che avviene la crescita di Juan/Ernesto, che, nonostante la vicinanza dei genitori e il rapporto di complicità con lo zio Beto, si trova faccia a faccia con la violenza di una lotta armata che accompagna la sua quotidianità e la formazione della sua personalità. Il bambino non capisce spesso quel che avviene intorno a sé, e il film ci proietta dentro il suo mondo, insieme a Juan dietro le porte ad ascoltare le discussioni dei i genitori con i compagni di lotta, ci fa vivere insieme a lui la rigidità dell’istituzione scolastica di quel tempo, ci porta senza soluzione di continuità all’interno dei suoi sogni, dei suoi incubi e delle sue visioni (i cui tratti metaforici e fantastici sono quelli del miglior cinema e della migliore letteratura argentina), delle sue gioie, della sua solitudine.

Il film riesce ad essere delicato e ironico, in un contesto di violenza riesce a disegnare benissimo la figura comprensiva, dolce e allo stesso tempo forte di sua madre e, soprattutto, ha il merito di far incrociare problematicamente la storia di un paese e la vita privata di una famiglia, le convinzioni politiche ed etiche degli adulti e la sensibilità di un bambino, in un contesto di violenza e sotto un regime autoritario e disumanizzante. Le scene di violenza nel film sono trasfigurate da disegni animati: ancora una volta il regista, che le ha vissute in prima persona, le vuole raccontare allo spettatore secondo gli occhi di un bambino, che per la sua età non riesce a concepire la violenza. La colonna sonora del film è molto bella e l’equilibrio tra fotografia, dialoghi, musica e montaggio fanno di questo uno dei film più belli dell’ultimo anno. 
di Luca Onesti 

 

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