Il popolo basco si racconta a Lisbona

È tra le affascinanti strade di Alfama che qualche giorno fa a Lisbona, nel centro sociale “Gaia” si proietta il documentario 120 Horas – Torturas contra Eueskal Herria. Si inizia con una cena, che i ragazzi del centro sociale organizzano ogni settimana, nella piccola e accogliente sede che si trova in uno dei quartieri più antichi della città. Il tema del film è chiaro, almeno per chi conosce la situazione del popolo basco: le pratiche di tortura che, costantemente, il governo spagnolo applica su i così definiti “terroristi” baschi.


120 horas è un documentario che non lascia spazio ad analisi astratte: è semplicemente una raccolta di interviste fatte a ragazze e ragazzi, donne e uomini che sono stati incarcerati improvvisamente e che sono letteralmente scomparsi per determinati periodi di tempo.

Le 120 ore, non a caso, sono il periodo minimo di prigionia, una prigionia di certo non classicamente intesa. I vari intervistati narrano come da un giorno all’altro si possa essere sospettati di terrorismo, solo per il fatto di far parte di associazioni culturali o movimenti politici che cercano di argomentare democraticamente le ragioni dell’indipendentismo basco: ciò che sta alla base di tali organizzazioni è semplicemente la volontà di ottenere un riconoscimento culturale, sociale e politico della propria appartenenza a una cultura specifica, che rischia di scomparire definitivamente. È chiaro come il governo spagnolo dimostri la volontà di non riconoscere tali minoranze, adottando pratiche repressive, non propriamente “democratiche”.

Come dimostra il documentario, l’incarcerazione preventiva basata su accuse che, nella maggior parte dei casi si rivelano infondate, è praticata specialmente per diffondere la paura; non è un caso che tutti gli intervistati affermino di essere stati letteralmente torturati durante il periodo di prigionia. Si raccontano pratiche di pestaggi, manganellate e violenze psicologiche. Molto spesso i colpi vengono inflitti in zone del corpo meno visibili, proprio per non destare clamorosi sospetti dopo la scarcerazione. Gli avvocati assegnati alle vittime dallo stato spagnolo stesso, nella maggior parte dei casi affermano di non aver riscontrato, da parte del corpo di polizia, nessuna violazione dei diritti umani, quei diritti che dovrebbero essere garantiti a ogni carcerato.

Questi sono solo alcuni degli aspetti che il documentario mette in luce. Ma si capisce come al termine della proiezione, il dibattito a Gaia, subito dopo, prenda inizio ponendo un problema fondamentale: è possibile ammettere ancora pratiche di tortura, che sono costantemente avallate dai governi e costantemente nascoste all’opinione pubblica, in un contesto nel quale non si fa altro che parlare di unione europea e riconoscimento internazionale dei diritti del cittadino? Di sicuro, la pratica della tortura è una pratica che ancora oggi è viva e vegeta, benché si faccia di tutto per nasconderlo. E non solo nei territori baschi. Non è un caso che qualsiasi forma di indipendentismo si faccia più forte in periodi di crisi, come si fanno sempre più forti, parallelamente, le elaborazioni di un sistema politico ed economico differente da quello attuale. Che si sia d’accordo o meno con forme di indipendenza nazionale, culturale, politica delle minoranze, un fatto è certo: negare la possibilità di professare democraticamente i propri interessi politici e le proprie progettualità entro il tessuto sociale significa negare qualsiasi principio che ispiri uno stato moderno.

Sappiamo bene come la barbarie della tortura rappresenti un problema drammatico. È anche per questo che, spesso e volentieri, i movimenti indipendentisti del territorio spagnolo, movimenti che operano anche entro le istituzioni e i parlamenti, non fanno altro che proporre strutture amministrative a base federale, così da poter riconoscere tutte le differenze culturali, economiche e politiche che vivono entro uno stato.

Se ci pensiamo bene, non è forse lo stesso problema che, a un livello più alto, si pone oggi l’Europa? La crisi economica ha, di certo, investito tutto il vecchio continente: uscirne sacrificando diritti e democrazia significherebbe annullare definitivamente la possibilità stessa di un’Europa.
di Edoardo Raimondi

Nato agli albori degli anni ’90 a Chieti, in Abruzzo, studia all’Università di Pisa, dove ha conseguito la laurea triennale in filosofia con una tesi su Hegel e l’idealismo tedesco. Ora a Lisbona, scrive dell’attualità politica e universitaria fra Italia e Portogallo collaborando anche con il giornale “Il Becco” www.ilbecco.it
Salvo accordi scritti, la collaborazione di Edoardo Raimondi a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.
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