Il museo delle vecchie abitudini

Il 26 luglio 2013 resterà per sempre nella memoria dei tifosi benfiquisti. E non tanto per la vittoria di misura sul modesto Levante – dal momento che gli scarsi risultati della squadra encarnada in questo pre-stagione si sono ripetuti in maniera costante –, quanto piuttosto per l’inaugurazione del Museu Benfica Cosme Damião, uno spazio traboccante di lieti ricordi e grandi vittorie.

Come non avrebbe potuto essere altrimenti, è toccato al presidente Luís Filipe Viera l’arduo compito di pronunciare un discorso emozionato, nel quale si è evidenziato che questo museo «è opera di tutti» e che al suo interno sono rappresentate tutte le conquiste del «più grande club del Portogallo».

Ma siccome nessuno è perfetto, Vieira non ha resistito alla tentazione di manifestare la propria insoddisfazione per il fatto che il presidente della Repubblica, Aníbal Cavaco Silva, e il primo ministro, Pedro Passos Coelho, non fossero presenti alla cerimonia; per giunta in un periodo nel quale il paese affronta una fase di così grande stabilità politica, economica e sociale.

Che enorme ingiustizia!

Situato accanto all’ Estádio da Luz, il museo ostenta al passante un’imponenza sublime e affettata. Al suo interno sono conservate le centinaia di trofei conquistati dal club encarnado nel corso dei suoi «108 anni di storia». Un numero grandioso che acquista ulteriore rilievo se consideriamo che la fondazione ufficiale dello Sport Lisboa e Benfica risale al 1904, e quindi a 109 anni fa.

Ma tralasciando questi dettagli ed eventuali errori di calcolo, possiamo adesso passare a quello che realmente ci interessa tenere in considerazione. L’indignazione del presidente del Benfica per l’assenza del presidente della Repubblica e del primo ministro si giustifica per il fatto che, secondo lo stesso Vieira, la storia del Benfica va di pari passo con quella di Lisbona e del Portogallo, essendo l’inaugurazione di questa «installazione culturale (e non sportiva)» degna della presenza dei due più alti rappresentanti dello stato portoghese. Ora, l’episodio appena riportato è piuttosto banale; in quanto tale, i commenti non hanno avuto molto spazio e l’intera vicenda è destinata a cadere presto nel dimenticatoio.

Eppure, ci sarebbe molto altro da aggiungere a questo proposito.

Il Portogallo è uno stato laico, o almeno dovrebbe esserlo. Questo principio è definito nella Costituzione della Repubblica portoghese, ma nella pratica finisce per non essere rispettato in primis da coloro che dovrebbero dare l’esempio: i governanti. Ne è stata una dimostrazione concreta la recente cerimonia di “insediamento” di Dom Manuel Clemente come cardinale patriarca di Lisbona in pieno Monastero dos Jerónimos, presenziata in prima persona da tutte le più alte cariche dello stato portoghese. Se Cavaco Silva e Passos Coelho non si pongono nessun problema a partecipare ad eventi religiosi, per quale ragione si rifiutano di assistere all’inaugurazione del museo di uno dei grandi club sportivi nazionali? Se infatti è vero che non esiste un club “ufficiale” dello stato portoghese, per quanto a volte possa sembrare il contrario, allo stesso modo la legge impone il principio della laicità; eppure la chiesa cattolica continua a beneficiare di stretti legami di convenienza reciproca con il potere esecutivo.

È questo che Luís Flipe Vieira dovrebbe aver detto, con la leggerezza e l’ironia che l’argomento richiedeva; e se lo avesse fatto davvero, perfino io, sportinguista doc, gli avrei dato ragione.

La verità è che, per il popolo tradizionalista che siamo, che vive secondo le care usanze di una volta, ci sono cose che abbiamo paura a cambiare. Per questo motivo il presidente delle Aquile si è lasciato sfuggire un’eccellente occasione per mettere i puntini sulle “i” e tirare una sana frecciata al potere politico, mettendolo di fronte al sentimento prevalente nell’opinione pubblica. Vuoi per mancanza di visione, vuoi per il suo benfiquismo o per il timore che il padre onnipotente incute a tutti noi, Vieira non lo ha fatto; ma questa mancata presa di posizione ha finito per non avere importanza, in virtù della grandezza dell’istituzione Benfica e di quello che questa rappresenta per i suoi soci e simpatizzanti.

Ai tifosi del club della Luz poco interessa sapere se Passos Coelho e Cavaco Silva fossero o no all’inaugurazione del museo del Benfica; a loro importa solamente che il club cresca e che conquisti vittorie. Una simile posizione dovrebbe averla il popolo portoghese nei confronti dei politici che lo governano: poco importa dove vanno o cosa dicono, quello che conta davvero sono i risultati ottenuti dalle loro azioni di governo.

E dal momento che l’operato della classe politica ha finito con il rivelarsi dannoso per la popolazione, i portoghesi, esattamente come il popolo benfiquista, condannano a pugni chiusi qualunque errore della classe che decide dei loro destini. E non esistono museo né storia centenaria che compensino la sofferenza della precarietà, della disoccupazione o dell’inevitabile sconfitta all’ultimo minuto.

Leggi l’articolo originale su Palavras ao Poste

Articolo di Diogo Taborda

traduzione di Marco Gaviglio

 

Marco Gaviglio è un giornalista con il pallino di Lisbona e del Portogallo, paese che ha cominciato ad amare grazie ad un inter-rail compiuto nell’anno della maturità, e che ha poi scelto per trascorrervi l’Erasmus, nel 2008. Da allora, torna almeno una volta all’anno a Lisbona per bersi una imperial con gli amici e verificare che il bacalhau à Braz di Tí Natércia sia sempre cotto a puntino. Tra una parentesi lisboeta e l’altra, invece, da Genova cura l’ufficio stampa di diversi sindacati e associazioni culturali e, dal marzo del 2012, partecipa al progetto www.politicometro.it

 Collabora con i blog Sosteniamo Pereira e Palavras ao Poste.

 

Salvo accordi scritti, la collaborazione di Marco Gaviglio a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.

 

 

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