Lisbona: un luogo e un gesto

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Perché i comunisti e gli abitanti delle favelas di tutto il mondo non siano mai riusciti a fare le rivoluzioni ce lo spiegano da anni storici, sociologi e filosofi. Più o meno bene. Perché nessun barbone di Praça da Alegria va a prendersi il pane appeso a una porta chiusa, invece, lo sanno solo Lisbona e Dio. Non io.

Scelgo un luogo e un gesto per descrivere la città in cui vivo ormai da un bel po’.

La descrivono, ma non la spiegano. Il luogo è un postaccio anonimo che, in fotografia, senza azulejos, senza fiume, senza tram, nessuno direbbe: Lisbona! Si chiama rua Soeiro Pereira Gomes, ed è più facile trovarla su google maps che nella città reale, perché da quelle parti non ci si capita nemmeno per sbaglio. Periferia non lontana dal centro, vicina di una delle tante arterie stradali ad alta densità di traffico, che risucchiano e risputano automobili in continuazione verso la periferia vera e le autostrade; insomma un non-luogo, ma con dei tratti assai peculiari, almeno fino a qualche anno fa, che ne facevano un non-luogo unico.

Perché quella “rua”, in uno slargo che sembra più che altro una conformazione casuale di eventi edilizi, non pianificata da nessun urbanista, raccoglieva diversi segni architettonici di per sé interessanti, ma che, messi insieme, potevano addirittura diventare i sintagmi di una bestemmia.

Intitolata allo scrittore che, fra i primi in Portogallo, introdusse la narrativa neorealistica raccontando la vita della classe operaia, la via ospitava (e ospita) la sede del Partito comunista portoghese. Di fronte, a pochi metri, c’era il palazzo della Borsa, un business hotel di quelli con lo stesso odore di passi felpati sulla moquette che va da Londra a Cape Town, e, poco più in là, un piccolo agglomerato di baracche, minifavela abitata soprattutto da zingari. Vale a dire: il capitale nella sua forma più indomabile delle fluttuazioni di borsa, il partito della rivoluzione perenne e il sottoproletariato più indolente, gli uni accanto agli altri, ignorandosi discretamente.

Un simbolismo così sfacciato che in un film o libro passerebbe come improbabile, stucchevole, ideologicamente troppo carico; un po’ come quell’altra strada di Lisbona dove, fino a qualche anno fa, formicolava la prostituzione più misera e sottoproletaria: rua dos Anjos; angeli della notte nel quartiere che porta il nome dell’Intendente Pina Manique, cioè il capo della buoncostume della bigottissima regina Maria I. Son cose che capitano.

Ho sempre pensato che, se Pasolini fosse vissuto a Lisbona, è sull’asfalto della Soeiro Pereira Gomes che avrebbe scritto quei versi pensati invece davanti alle ceneri di Gramsci.

Dialogando con il padre del comunismo italiano, non poteva fare altro che amorevolmente contestarlo (come faceva sempre con i padri), perché lui del popolo amava l’esistenza primitiva, non la sua coscienza di classe.

Amava la favela sfondata, in balia delle piogge, eppure impermeabile alla cultura del capitale e alla cultura della lotta; impermeabile alla Storia:

Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere 
con te e contro di te; con te nel cuore, 
in luce, contro te nelle buie viscere;

[…]
attratto da una vita proletaria 
a te anteriore, è per me religione

la sua allegria, non la millenaria 
sua lotta: la sua natura, non la sua 
coscienza; è la forza originaria

dell’uomo, che nell’atto s’è perduta,
a darle l’ebbrezza della nostalgia, 
una luce poetica: ed altro più

io non so dirne, che non sia
giusto ma non sincero, astratto 
amore, non accorante simpatia.

E questo era il luogo.

Il gesto, invece, è quello di un invisibile garzone di panetteria. Per un paio d’anni sono passato tutte le mattine da Praça da Alegria con la regolarità di chi accompagna la figlia a scuola. Ogni giorno qualcuno, prima di me, era già passato a distribuire il pane per i negozietti di quartiere e, davanti a un locale con orari meno mattinieri (un bar di tapas spagnolo), ne lasciava sempre un grosso sacco annodato al pomello della porta.

Tutte le mattine lì, sulla strada che sale alla piazzetta dove (a proposito di allegria contrapposta alla lotta millenaria) la notte dormono dei senzatetto che poi si svegliano senza prima colazione.

In rua Soeiro Pereira Gomes oggi non c’è più né la Borsa valori (entrata nel circuito NYSE – Euronext), né la favela, (oggetto di un programma di rialloggiamento che mirava a sradicare tutte le baracche della capitale entro il nuovo millennio). I comunisti sono rimasti soli, con un nemico sempre più volatile e un popolo “rialloggiato” chissà dove. Perché i comunisti e gli abitanti delle favelas di tutto il mondo non siano mai riusciti a fare le rivoluzioni ce lo spiegano da anni storici, sociologi e filosofi. Più o meno bene. Perché nessun barbone di Praça da Alegria va a prendersi il pane appeso a una porta chiusa, invece, lo sanno solo Lisbona e Dio. Non io.

di Marcello Sacco

 

Marcello Sacco è Nato a Lecce, vive da anni a Lisbona, dove lavora come professore, traduttore e giornalista freelance. Collabora con L’Espresso, Q CODE Magazine, Megachip, Sul Romanzo, Il tacco d’Italia

Salvo accordi scritti, la collaborazione di Marcello Sacco a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.

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