Il lavoro “Scomodo” di una regista 26enne. Intervista a Salomé Lamas

Con un approccio cinematografico di frontiera, che interroga il cinema documentario sulla sua relazione con il “reale”, la regista portoghese Salomé Lamas, a soli 26 anni, ha vinto diversi premi e ha suscitato importanti discussioni e riconoscimenti di critica.

Il suo docufilm “Terra de ninguém” è stato, tra gli altri festival, alla Berlinale, ha vinto una menzione speciale della giuria al DocumentaMadrid, è stato presentato al Moma di New York. E approderà presto nelle sale di diversi paesi europei e non solo.

Al DocLisboa, il Festival del Documentario di Lisbona del 2012, il tuo film “Terra de ninguém” ha vinto diversi premi, ma ha suscitato anche alcune polemiche. È un film molto forte, si basa su una intervista a un ex militare portoghese, divenuto poi mercenario…

Il film è uscito da pochissimo in Spagna e affronta un argomento che lì è ancora molto vivo. Si è scoperto che, anche dopo il regime franchista, e in particolare durante il governo di Felipe González, dei fondi ministeriali sarebbero stati impiegati per pagare mercenari provenienti dal Maghreb, dalla Francia e dal Portogallo, per combattere e uccidere militanti dell’ETA.

Ci sono delle indagini in corso, e si parla della possibile connivenza del governo dell’epoca con questi gruppi, in particolare con i GAL (Gruppi Antiterroristici di Liberazione).

Come hai avuto l’idea di trattare questo argomento?

Perché ho conosciuto quest’uomo, Paulo, che proviene da una classe sociale medio alta e ha partecipato alla guerra coloniale, prima come militare, poi come volontario in una forza d’élite dell’esercito.

Queste forze, grazie alla maggiore libertà di cui godevano, sono state responsabili di molte delle atrocità commesse. In seguito Paulo è stato inviato dalla CIA a El Salvador e negli anni ’80 è stato contattato per andare in Spagna: afferma che il suo lavoro di mercenario lì era differente, e si definisce “assassino”, perché si riceveva denaro per uccidere delle persone..

La questione del colonialismo è un trauma che oggi in Portogallo si affronta sempre di più, anche a livello culturale, ma nessuno ne parla con la franchezza, la radicalità e quasi il sadismo di Paulo nel film.

Il film ha una struttura molto particolare. È alla fine del film che scopriamo che Paulo è diventato un senza tetto…

Quello che dice Paulo è credibile, è plausibile, ma d’altra parte non lo si può sapere, e il finale del film pone in dubbio tutto ciò che è stato detto fino a quel momento. La questione su cui gioco è: che cos’è l’autenticità?

Senza il “fatto” non c’è “storia”? Qual è la differenza tra il ricordare un evento passato e il raccontarlo a qualcuno? E, da ultimo, come si costruisce la Storia, con la S maiuscola, e chi la scrive?

Quanto è difficile fare cinema oggi in Portogallo?

La difficoltà è che non ci sono soldi. Io ho fatto finora una serie di corti autoprodotti, perché è arduo arrivare a un produttore col tuo curriculum. Non progetto cose che non posso filmare, non immagino ad esempio un piano con la gru se non ho una gru, e le idee che ho sono idee realizzabili. Ho poi ricevuto anche dei piccoli finanziamenti e “Terra de ninguém” è stato prodotto da O Som e a Fúria di Luis Urbano, che ha prodotto “Tabu” di Miguel Gomes, l’ultimo di Manoel de Oliveira e fa un lavoro molto buono.

È possibile trovare dei piccoli sostegni, ma il problema è: per quanto tempo puoi mantenere questo tipo di vita? Molto del tuo tempo è occupato dal fare proposte, dallo scrivere progetti per poi arrivare a prendere in mano una telecamera, e, d’altra parte, se non ti decidi a iniziare a filmare rimani tutta la vita con i tuoi progetti nel cassetto…

I documentari e i corti sono difficili da distribuire. Il governo segue una politica ingannevole e pericolosa: legare il finanziamento alla vendibilità dei film.

Però i 200mila spettatori che ha avuto “Tabu” in Portogallo e nei 20 paesi in cui è uscito dimostrano il contrario: i ritorni economici possono esserci se si punta sulla qualità.

Ci dai qualche anticipazione sul tuo ultimo progetto?

È un lungometraggio che farò in Perù, in una città a 5 mila metri d’altitudine che esiste solo perché ci sono delle miniere d’oro “informali”, un eufemismo per dire illegali. Sono 40 anni che il governo peruviano chiude un occhio su questa situazione.

L’idea è scrivere sul posto una sceneggiatura insieme alle persone di cui deciderò di raccontare la storia. Lì i minatori lavorano esattamente come lavoravano anticamente sotto il dominio della corona spagnola e lo fanno con la prospettiva illusoria di arricchirsi, perché diversamente nessuno si assoggetterebbe a quelle condizioni, senza sanità, senza sistema fognario e riscaldamento.

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