Il 25 marzo scorso a Lisbona, a Pisa, a Vecchiano, a Firenze, a Roma, si è ricordato Tabucchi a un anno dalla sua scomparsa, o dalla nascita a nuova vita come si dice della protagonista defunta del racconto Il gioco del Rovescio. Anche io organizzo un piccolo evento per ricordarlo al Museo della Mente del Complesso di Santa Maria della Pietà, luogo basagliano per eccellenza, con cui la mia scuola collabora da anni anche perchè vicino a noi.  Organizzo un pomeriggio dal titolo L’io sono tanti, voci dell’altro nella scrittura di Antonio Tabucchi.

Scelgo questo posto anche perché sono convinta che a Tabucchi il Museo della Mente sarebbe piaciuto molto: è un luogo che spiega non solo come ingiustamente nel passato sia stata bollata come “malattia mentale” ogni tipo di diversità, di alterità rispetto ad una cosiddetta normalità. Ma anche e soprattutto questo è un luogo dove si ascoltano le voci dentro e fuori di noi per scoprire l’altro da sé. E questo per Tabucchi è il fondamento di ogni atto di scrittura, come spiega in Autobiografie altrui: all’autore si pone un problema di identità ma non nel senso di sapere o non sapere chi si è, bensi in quello di sapere quanti si è e quanti si può essere, pur essendo uno”.

Quel pomeriggio abbiamo proiettato brani del filmato della lezione che tenne agli studenti del Pasteur in gita a Lisbona, in cui spiegò la teoria della confederazione delle anime esposta in Sostiene Pereira, quando il protagonista sente nascere dentro di sé un nuovo io egemone che lo farà uscire dalla paura e lo spingerà a denunciare le violenze della dittatura. Tabucchi riprende così in chiave romantica, come opportunità di una rinascita interiore, la teoria dei Medices Philosophes, che operavano nella Francia di fine Ottocento e parlarono della pluralità dell’io prima di Freud.

Ma qualche giorno dopo ho scoperto che Tabucchi era a al Museo della Mente non solo per un’affinità poetica da me arbitrariamente o meno rintracciata, ma anche per una precisa coincidenza di fatti: in una sala del museo sono state ricopiate per intero su un vetro le incisioni fantasmagoriche di Fernando Nannetti che fu ricoverato prima a Roma al Santa Maria della Pietà, poi nel manicomio di Volterra, dove disegnò con la fibbia di una cintura su un muro la sua storia in immagini e parole surreali. La sua opera divenne un libro che Tabucchi recensì sull’Espresso riflettendo sul rapporto tra scrittura e follia.