Sulle orme di Tabucchi – Un sogno a Lisbona

Lisbona è entrata nella mia vita con un viaggio da piccola con i genitori, con la roulotte. Ed è stata ferma lì, quasi dimenticata, un unico luogo era rimasto nella mia mente, la Chiesa do Carmo, quella senza tetto con le volte gotiche svettanti nel cielo azzurro. Per molto tempo per me Lisbona è stata solo il ricordo di quell’immagine e niente più. Poi è tornata molti anni dopo con una forza quasi dirompente nella mia vita. E da allora è diventata uno dei miei luoghi dell’anima e mi ha chiesto di scrivere di lei.

 

Adesso è anche nei miei sogni, dove si alterna con Parigi. Stanotte è toccato a Lisbona. Nel mio sogno si presentava di pietra farinosa e rosata, un po’ come le case di Gerusalemme, altro luogo da cui mi sento costantemente in esilio. Perché io a casa mi sento in esilio dai luoghi in cui ho viaggiato e che ho amato, ne percepisco la mancanza fisica. Una parte di me, della mia mente, della mia anima è come se fosse rimasta lì. E infatti quando posso torno in quei luoghi in cui ho lasciato qualcosa di me, per capire perché è rimasto attaccato a quella piazza, a quegli odori, a quei volti. Quando non lo posso fare fisicamente lo faccio nei sogni e allora le cose sono ancora più chiare. Dunque stanotte ero a Lisbona che mi si presentava in pietra chiara come una città mediorientale. E tanta luce. Ero in compagnia di un’amica di infanzia, che non vedo da tempo ma con la quale in passato ho fatto molti viaggi.

Siamo indecise se andare a salutare i Tabucchi, la città sembra deserta, a casa non ci sarà nessuno. Ma siamo venute solo per due giorni e sarebbe un gran peccato non tentare. E infatti nella scena successiva sono nel salotto di casa Tabucchi, su un divano bianco che fa angolo, la stanza è come un alveolo circolare con spigoli tondi, come scavato nella pietra chiara, la luce penetra da una grande finestra circolare ritagliata nella roccia che illumina Antonio e me seduti comodamente su un divano che leggiamo dei racconti e li commentiamo, li analizziamo insieme. Ci sono tutti in casa, la moglie Maria Josè, i figli Teresa e Michele, li sentiamo parlare, sono di là, forse tra un po’ è ora di pranzo, ogni tanto passano dal salotto e sorridono ma li vediamo da lontano. Antonio Tabucchi mi parla di letteratura ed è sereno, contento, luminoso. Come si sta bene lì. E poi ti svegli.

Quando ti svegli da un sogno così, se uno credesse nel “Somnium Scipionis” di Cicerone penserebbe davvero di essere stato nel mondo dei giusti, nella via lattea, e ti prende un po’ un colpo. Perché avresti voluto rimanere lì, e invece ti ritrovi nella realtà. E nella realtà c’è il libro che voglio scrivere sulle orme di Tabucchi, ho raccolto tanto materiale quest’inverno, ma non trovo ancora il tempo di buttarlo giù, perché c’è la fine della scuola, i compiti da correggere, la quinta da portare alla maturità. Che poi sono scuse, magari non inizio a scrivere davvero perché mi sembra che mi manchi sempre un tassello per capire il tutto, per cogliere qualcosa di profondo di una personalità così ricca e complessa come quella di Antonio Tabucchi. Ma del resto lo diceva lui stesso che la vita non appare in ordine logico, ma a sprazzi e si mostra più vera nel suo rovescio, nelle ambiguità, nei vuoti di senso che non ti aspettavi. Però per amor di chiarezza mettiamo un po’ di fatti in ordine cronologico. Dunque.

Insegno Lettere al liceo scientifico Pasteur  di Roma, nel marzo del 2010 organizziamo un viaggio di istruzione a Lisbona, io porto una classe quarta. Fu un viaggio particolare perchè preparato da un progetto di conoscenza della cultura portoghese che impegnò tutto l’anno: i ragazzi infatti lavorarono a ricerche e power point sull’arte, la storia e la cultura lusitana. I nostri alunni misero su anche un piccolo gruppo musicale che suonò e cantò il fado in una conferenza a scuola prima di partire. E’ avvenuto solo 3 anni fa ma sembra un secolo perchè ora non sarebbe quasi più possibile.  La scuola infatti è sempre più bombardata da tagli e scossoni politici che mettono in crisi il ruolo degli insegnanti, che ci costringono spesso a passare l’autunno in manifestazioni e rivendicazioni sindacali e non ci sarebbe più la calma e l’entusiasmo per organizzare qualcosa  come quel viaggio di istruzione a Lisbona del 2010. A coronamento del nostro lavoro pensammo di invitare Tabucchi a tenere da noi una lezione sul suo rapporto con il Portogallo. Una collega aveva il numero di fax di Lisbona perché il fratello insegnava a Siena, e gli scrisse. Tabucchi rispose che faceva bene al cuore sapere che c’erano scuole che lavoravano ancora in questo modo, ma che lui oramai viveva a Lisbona e dunque gli sarebbe stato impossibile venire da noi. Ma se noi andavamo a Lisbona si poteva combinare lì, pensai.

E allora proposi ai colleghi di scrivergli io perchè un po’ lo conoscevo, dissi, mi ero occupata dei suoi primi romanzi per la mia tesi sulla narrativa degli anni Ottanta, e avevo scritto di lui per una storia della letteratura. E poi è un toscano e io lo sono per metà e so come ragiona un toscano: non so perchè ma dissi così ai miei colleghi. Scrissi a Tabucchi per chiedergli se era disposto a venire a fare una lezione agli studenti del liceo Pasteur nell’aula magna dell’albergo a Lisbona. La figlia Teresa prese la mia  lettera arrivata  per fax e la lesse ad Antonio che in quel momento stava a Parigi. Qualche settimana dopo mi arrivò un gentile sms da Tabucchi che mi diceva di chiamarlo il giorno dopo per prendere accordi per l’incontro. Fu disponibile, affettuoso  e pieno di entusiasmo, e tenne una bellissima conferenza in cui raccontò ai ragazzi la storia del Portogallo, rispose a domande sulle sue opere, su come nascono i suoi personaggi, raccontò del suo interesse per la condizione degli zingari nei campi rom di Firenze. Fu davvero un bel pomeriggio. Avevo fatto leggere ai miei alunni anche “Gli Zingari e il Rinascimento”. Il liceo dove insegno è in zona Monte Mario, Roma nord: i miei alunni vengono da Ottavia, Torrevecchia, quartieri popolari, dove girano gli zingari portano solo sporcizia e “rubbano”. Lessero gli “Zingari e il Rinascimento” perché in qualche modo glielo avevo imposto, ma poi a Lisbona discussero a lungo con Tabucchi che decostruì con pazienza tutti i loro stereotipi razzisti parlando di Don Alessandro Santoro di Firenze, della sua amicizia con i Rom.

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Come in suo racconto

Una quarta di copertina scritta all’ultimo

di Maria Cristina Mannocchi
Maria Cristina Mannocchi insegna Italiano e Latino in un liceo di Roma. Nel 2012 ha pubblicato il suo primo libro, “Tempeste e approdi, la letteratura del naufragio come ricerca di salvezza” Edizioni Ensemble, con la quarta di copertina di Antonio Tabucchi. In passato si è occupata anche di critica letteraria e di teatro.
E’ inoltre autrice del libro Tempeste e Approdi  

Salvo accordi scritti, la collaborazione di Maria Cristina Mannocchi a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.

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