A Nibali il Giro delle tempeste tra la neve e il doping

La prima grande corsa a tappe della stagione, il Giro d’Italia, è andato in archivio con la vittoria dell’idolo di casa Vincenzo Nibali, che si è imposto davanti al colombiano Rigoberto Urán e all’intramontabile Cadel Evans, già vincitore di un campionato del mondo nel 2009, del Tour de France del 2011 e capace di salire per la prima volta sul podio della corsa rosa a 36 anni compiuti. Dopo aver vinto la Vuelta a España nel 2010 ed aver chiuso al terzo posto alle spalle della coppia Sky composta da sir Bradley Wiggins e Chris Froome il Tour dell’anno scorso, Nibali conquista così il suo primo successo nella corsa di casa al termine di tre settimane condizionate dal maltempo, con tanta acqua, freddo e addirittura neve ad abbattersi sui corridori e ad obbligare gli organizzatori a modificare sensibilmente le tappe di montagna più attese.

Nella 14ª tappa non è stato possibile salire ai 2.035 metri del Sestrière, con tutta la carovana fatta transitare per la Val di Susa – teatro delle Olimpiadi invernali di Torino 2006 – per poi attaccare direttamente la salita finale allo Jafferau, stazione sciistica sopra Bardonecchia. E anche il giorno dopo non si è potuto arrivare fino in cima al Galibier – per quella che sarebbe stata la prima volta del Giro d’Italia in vetta a questa mitica salita francese – e la linea del traguardo è stata posizionata 4 km più sotto, all’altezza della stele celebrativa dell’impresa compiuta da Marco Pantani, su quelle stesse strade, al Tour de France del 1998. Nell’ultima settimana, poi, gli sfracelli causati dal maltempo hanno portato addirittura alla cancellazione della tappa che prevedeva le scalate ai passi Gavia (2.621 m) e Stelvio (2.758 m) – fatto questo che non si verificava dal Giro del 1989 – e ad eliminare ben tre dei cinque gran premi della montagna del tappone dolomitico, nel quale si sono salvate soltanto le ultime due salite al Passo Tre Croci e alle Tre Cime di Lavaredo. Se a tutto questo aggiungiamo la neve e il gelo che avevano già pesantemente condizionato lo svolgimento della Milano-Sanremo, di quella cioè che è conosciuta come la “Classicissima di Primavera”, ci viene il forte dubbio che l’Italia non sia più “il Paese del Sole”.

Per tornare all’aspetto tecnico del Giro di quest’anno, va detto che Nibali non ha avuto rivali: dopo i ritiri del vincitore della passata edizione, Ryder Hesjedal, e del padrone del Tour 2012, Bradley Wiggins, gli unici rimasti a contendere il successo al siciliano sonon stati un Evans che, a 36 anni e con una preparazione non specifica per il Giro, ha avuto già il suo bel da fare a salvare il posto sul podio; e Rigoberto Urán, presentatosi al via della corsa rosa come luogotenente di Wiggins e promosso capitano soltanto dopo l’abbandono dell’inglese, che a sua volta si è “accontentato” del successo all’Altopiano del Montasio e della seconda posizione in classifica, non conoscendo lui per primo i propri limiti sulle tre settimane. Gli altri rivali – dagli italiani Scarponi e Pozzovivo, all’ex campione olimpico Samuel Sánchez e all’eterna promessa olandese Robert Gesink – non hanno mai dato l’impressione di essere veramente competitivi per la conquista della maglia rosa. Mentre un altro corridore colombiano, Carlos Alberto Betancur, si è sicuramente imposto come uno dei migliori scalatori in assoluto, ma ha pagato a caro prezzo gli oltre cinque minuti persi nella cronometro di Saltara e si è pure lui dovuto accontentare del quinto posto nella classifica generale, di quattro secondi posti di tappa e della conquista della maglia bianca di miglior giovane, contesa fino all’ultimo all’altra rivelazione della corsa, il polacco Rafal Majka.

Così come Nibali non ha dunque avuto rivali sulle grandi montagne, allo stesso modo Mark Cavendish ha spadroneggiato nelle volate, aggiudicandosi tutti e cinque gli arrivi allo sprint che si sono disputati: a Napoli, Margherita di Savoia, Treviso, Cherasco e nella conclusiva tappa di Brescia. L’ex campione del mondo si è così preso anche la maglia rossa della classifica a punti, mentre quella azzurra che premia il vincitore dei gran premi della montagna è andata all’italiano Stefano Pirazzi.
Ricardo Mestre – Foto tratta da http://www.record.xl.pt

E i portoghesi? Con il miglior corridore del movimento, Alberto Rui Costa, assente per preparare il Giro di Svizzera conquistato l’anno scorso e soprattutto il Tour de France, il contingente lusitano contava appena su quattro corridori. Tiago Machado, che alla partenza da Napoli si poteva considerare come il co-capitano della RadioShack accanto al croato Kiserlovski, ha deluso: mai in lotta per una buona posizione in classifica, soltanto alcune volte capace di entrare in una fuga da lontano, ma sempre senza riuscire ad essere protagonista nel finale. Nelson Oliveira, suo compagno di squadra, è stato addirittura investito dalla propria ammiraglia nella penultima tappa, e questa è stata praticamente l’unica volta che abbiamo avuto notizia della sua partecipazione al Giro. Lo stesso Bruno Pires, il più esperto tra i portoghesi al via, si è limitato a svolgere semplici mansioni di gregariato in appoggio al polacco Rafal Majka, giovane capitano del Team Saxo-Tinkoff. Il migliore dei portoghesi, o quantomeno il più appariscente nell’arco delle tre settimane, può quindi essere considerato Ricardo Mestre: il vincitore della Volta a Portugal del 2011, passato quest’anno ad una formazione World Tour come l’Euskaltel-Euskadi, era al debutto in una gara a tappe di tre settimane e tutto sommato non ha sfigurato, riuscendo ad entrare per ben tre volte in una fuga da lontano, la prima volta già nella tappa inaugurale di Napoli.

Niente di eclatante, ma quanto basta per dire di avere compiuto quanto richiestogli dai direttori sportivi.

Ma al di là del trionfo di Nibali e del clamoroso flop di Wiggins, delle vittorie di Cavendish e della neve che i corridori hanno trovato in montagna, questo Giro sarà ricordato anche per i casi di doping: prima quello del carneade francese Sylvain Georges, poi quelli ben più fragorosi di Danilo Di Luca, vincitore della corsa nel 2007 e già sospeso per due volte in passato, e del suo compagno di squadra Mauro Santambrogio, rivelazione di questa edizione con una vittoria di tappa e il nono posto in classifica. La piaga del doping è quindi ben lontana dall’essere debellata, ma questo di per sé non significa che il ciclismo sia ormai privo di ogni credibilità. O quantomeno, che sia meno credibile di altri sport: se ci pensiamo, ogni disciplina ha le sue magagne, e i tanti scandali del calcio legati a partite truccate o addirittura vendute per le scommesse sono di una gravità paragonabile, se non addirittura maggiore. Senza contare la sottile differenza che passa tra chi comunque ricorre all’aiutino per vincere una corsa e chi invece, guadagnando già molti più soldi del ciclista medio, si vende per perdere una partita.

Un intirizzito Michele Scarponi all’arrivo della tappa di Bardonecchia – Foto tratta da http://www.teamlampremerida.com

Anche se davvero fossero tutti dopati (cosa, purtroppo, tutt’altro che impossibile) i corridori vanno ugualmente rispettati per la fatica che fanno ogni giorno sulla strada, e in questo senso l’immagine di ragazzi stremati e al limite dell’ipotermia che abbiamo visto sulle grandi salite del Giro è esemplare. Viene quasi da sorridere, quando ascoltiamo le lamentele di certi allenatori per il fatto di avere giocato tre partite nell’arco di una settimana!

di Marco Gaviglio

 

Marco Gaviglio è un giornalista con il pallino di Lisbona e del Portogallo, paese che ha cominciato ad amare grazie ad un inter-rail compiuto nell’anno della maturità, e che ha poi scelto per trascorrervi l’Erasmus, nel 2008. Da allora, torna almeno una volta all’anno a Lisbona per bersi una imperial con gli amici e verificare che il bacalhau à Braz di Tí Natércia sia sempre cotto a puntino. Tra una parentesi lisboeta e l’altra, invece, da Genova cura l’ufficio stampa di diversi sindacati e associazioni culturali e, dal marzo del 2012, partecipa al progetto www.politicometro.it

Collabora con i blog Sosteniamo Pereira e Palavras ao Poste.

 

Salvo accordi scritti, la collaborazione di Marco Gaviglio a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.

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