Ayrton Senna vive tra noi

La prima volta che sono stato in Brasile avevo cinque anni. Era il 1994, nei giorni del mondiale di calcio negli Stati Uniti. La mia memoria di quegli anni non è molto solida, ma tre immagini sono rimaste fissate nel mio ricordo: Striker, il cagnolino mascotte di Usa ’94, la Selecção brasiliana (e le annesse manifestazioni di appoggio alla squadra e ai giocatori) e Ayrton Senna. Le strade erano colorate di verde, giallo, azzurro e bianco, con immagini ispirate alla nazionale “canarina” e al mondiale.

Tra tutti quegli striscioni, frasi, graffiti e disegni, però, compariva spesso l’immagine di un uomo serio, medidativo e profondo. Una figura chiaramente lontana dal mondo del calcio, ma che mi intrigava soprattutto per il fatto di non riuscire a comprendere la devozione che suscitava. L’immagine imponente di quella mitica figura era praticamente da tutte le parti, e sempre con un risalto superiore a qualunque altra.

 

Eravamo a giugno, appena un mese dopo la morte di Ayrton Senna. Il paese dell’allegria era diventato un luogo di tristezza. Il Brasile del 1994 era ancora una nazione molto arretrata, con gravi problemi di educazione, un’inflazione galoppante e un clima di forte violenza. Oggi molte cose sono migliorate, alcune meno, l’atmosfera generale è molto diversa. All’epoca di Ayrton Senna il popolo brasiliano non aveva ancora acquistato fiducia nei propri mezzi, soffriva di un certo complesso di inferiorità e non si intravedevano segnali di ripresa nel futuro prossimo del paese.

Per molti, l’unico aspetto positivo in quel Brasile era proprio Ayrton Senna. Le domeniche brasiliane non furono mai più le stesse, dopo quel maledetto muro di Imola. Che fosse alla mattina o alle prime luci dell’alba, fosse stanca o riposata, la gente si alzava presto e vibrava al ritmo dei sorpassi vertiginosi e della guida sotto la pioggia del figlio del signor Milton e di dona Neide.

Ayrton era un uomo molto spirituale. Possedeva una fede inscalfibile in Dio, era ambizioso e perfezionista – non gli bastava vincere, doveva sempre dimostrare la sua superiorità sugli avversari – aveva un’attenzione costante per i problemi sociali del suo popolo e, soprattutto, provava un grande orgoglio nell’essere brasiliano.

Questo amore per il Brasile non solo spinse molti altri suoi connazionali ad amare il loro paese, ma fece anche di più: Senna rese il popolo orgoglioso di essere brasiliano.

La scarsa autostima brasiliana aveva, nel campione di Formula 1, il suo più grande rivale. Era il ragazzo d’oro della nazione. Amassero o no l’automobilismo, i brasiliani si rivedevano nella figura di Ayrton Senna e fremevano ogni volta che la bandiera verdeoro sventolava sull’auto del tricampeão. Ogni volta che tornava a casa da campione del mondo, o semplicemente per correre a Interlagos, i bagni di folla costringevano i soldati a schierarsi attorno alla casa di Ayrton per contenere la torcida che smaniava per un cenno del pilota.

 

La febbre per le frasi, le magliette, i ricordi o le foto del pilota era impressionante. Io stesso avevo una divisa da pilota dei suoi tempi d’oro alla McLaren. Solo crescendo, però, iniziai ad realizzare completamente l’importanza di quella figura, e nacque in me la passione per il “cittadino” Ayrton Senna da Silva.

Quella volta, nel 1994, rimasi tre mesi nel paese: il Brasile divenne campione del mondo di calcio per la quarta volta, ponendo così fine a un digiuno di 34 anni senza vittorie; ma soprattutto, quel successo attenuò in parte il dolore per la perdita del più grande idolo sportivo di sempre. Nel momento della vittoria, nemmeno la nazionale si dimenticò di Senna e gli stessi giocatori esibirono un enorme striscione: «Senna… acceleriamo insieme, il quarto titolo è nostro!». Sono trascorsi ormai 19 anni dal giorno in cui folle piangenti scesero in strada per salutare, con onori degni di un capo di stato, l’eroe dal casco giallo. Ma già un anno dopo la sua morte, il sogno di Ayrton era stato realizzato da sua sorella: nacque infatti nel 1995 l’Istituto Ayrton Senna, una fondazione destinata all’appoggio di bambini in difficoltà per quello che riguarda l’aspetto più importante, la loro educazione.Ayrton, infatti, era convinto che la sfida per un paese migliore cominciasse proprio da qui: «Se vogliamo davvero cambiare qualcosa, è dai bambini che dobbiamo cominciare, attraverso l’istruzione. Dobbiamo rispettare e educare i nostri ragazzi per assicurare un degno futuro al mondo e alle nazioni».
Senna fu un grande campione, dentro e fuori dalle piste. Sempre competitivo, difensore delle cause in cui credeva, e sognatore. Combatté contro la meschinità che minacciava la formula 1, portò avanti con intransigenza una battaglia per garantire maggiori condizioni di sicurezza ai piloti e sognò di vivere in un paese migliore. Proprio la sua morte prematura contribuì in materia determinante al raggiungimento di quella sicurezza nella formula 1 per la quale Senna tanto si era speso. Anche i passi avanti compiuti dal suo paese (almeno su certi fronti) e il sostegno della sua fondazione ai giovani brasiliani sono sogni che non ha potuto vedere realizzarsi. Il Brasile è cambiato molto e anche l’automobilismo – non vedremo mai un pilota rischiare la propria pelle per salvare un collega nel bel mezzo di una corsa – ma il carisma di un personaggio come Ayrton Senna rimane immutato.

Senna è ovunque, sia come istituzione, sia per le immagini che ancora si incontrano lungo la strada, e addirittura con un personaggio a fumetti ispirato proprio a lui, Seninha. Ma anche, più semplicemente, Senna vive nel ricordo di ognuno, ogni domenica. Le persone passano, ma i miti restano.

Il ragazzo Ayrton se n’è andato, ma il mito di Senna vive ancora tra noi.

Leggi l’articolo originale su Palavras ao Poste

Vedi anche il sito dell’ Istituto Ayrton Senna 

Articolo originale di Bruno Gomes

traduzione di Marco Gaviglio
Marco Gaviglio è un giornalista con il pallino di Lisbona e del Portogallo, paese che ha cominciato ad amare grazie ad un inter-rail compiuto nell’anno della maturità, e che ha poi scelto per trascorrervi l’Erasmus, nel 2008. Da allora, torna almeno una volta all’anno a Lisbona per bersi una imperial con gli amici e verificare che il bacalhau à Braz di Tí Natércia sia sempre cotto a puntino. Tra una parentesi lisboeta e l’altra, invece, da Genova cura l’ufficio stampa di diversi sindacati e associazioni culturali e, dal marzo del 2012, partecipa al progetto www.politicometro.it
Collabora con i blog Sosteniamo Pereira e Palavras ao Poste.
Salvo accordi scritti, la collaborazione di Marco Gaviglio a questo sito è da considerarsi del tutto gratuita, volontaria e non retribuita. Questo sito non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non ha alcuna cadenza periodica.
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