Goffredo Fofi e la sua vocazione minoritaria arrivano all’Istituto Italiano di Cultura di Lisbona

La vocazione minoritaria è un libro-dialogo tra Goffredo Fofi e Oreste Pivetta: sfilano gli ultimi cinquant’anni del nostro Paese, dalla caduta del fascismo al boom economico, da Berlinguer e Moro al craxismo, all’era della televisione commerciale e al berlusconismo, fino alla sconfitta della sinistra.

Goffredo Fofi e Livia Apa

La vocazione minoritaria è un libro-dialogo tra Goffredo Fofi e Oreste Pivetta: sfilano gli ultimi cinquant’anni del nostro Paese, dalla caduta del fascismo al boom economico, da Berlinguer e Moro al craxismo, all’era della televisione commerciale e al berlusconismo, fino alla sconfitta della sinistra.  

“Il nostro giornalismo è provinciale, dove sono le inchieste? e le notizie sulla politica estera?” Goffredo Fofi, ci va giù duro non solo con il giornalismo, critica anche gli scrittori che non sono scrittori, l’arte che non è più arte, bensì merce. Saggista, critico teatrale, cinematografico ed osservatore politico, Goffredo Fofi è una delle personalità più attive e combattive della cultura italiana. Uno che nella sua vita ha fatto nascere riviste come Quaderni piacentini, La terra vista dalla luna, Ombre rosse, Linea d’ombra e Lo Straniero che attualmente dirige. Lunedì 22 Aprile si trovava  all’ICC (Istituto Italiano di Cultura di Lisbona), presentato da Livia Apa, docente di lingua e letteratura portoghese all’Università di Napoli L’Orientale, ha tenuto una conferenza dal titolo La cultura italiana orfana dei grandi del Novecento

“Anchè l’Università in generale non va, ci sono però alcune facoltà, alcuni docenti che valgono e si fanno valere”. E poi Fofi elenca i “grandi” del letteratura, del cinema e dell’arte dal secondo dopo guerra al 68′, perchè dopo, fino al 77′, quando l’importante era fare la Rivoluzione, l’Arte era un gioco per borghesi.

Goffredo Fofi ricorda quando negli anni 60′ gli editoriali del Corriere gli scriveva uno come Pasolini, ma attenzione, la sua non è un’operazione nostalgica, davvero sente la cultura italiana orfana dei grandi del 900′. Però riconosce come ancora oggi, esistano talenti e grandi intellettuali, il problema però, dice Fofi, è il superfluo. Vent’anni nei quali tutti si sono sentiti attori, registi, scrittori, ballerini. Fofi critica l’arte che si è mercificata, chiede che torni a essere radicale, agisca in profondità, spieghi in anticipo cosa sta succendo intorno a noi. Tornare a farsi delle domande su tutto ciò che ci riguarda, ovvero, su tutti gli aspetti della vita.

Il saggista, critico teatrale, cinematografico e soprattutto l’osservatore politico, sprigiona in sala tutta la sua vocazione minorataria:

“Ci aspettano tempi difficili, saremo tutti più poveri. Torniamo al socialismo di fine 800′, orizzontale e solidale. Quello verticale porta a strutture piramidali, a comunismi, a poteri forti”. Per Fofi, l’uomo sta diventando sempre più una macchina, almeno dalla cintola in sù, “sotto siamo ancora, per il momento, essere umani con istinti animali. Attenzione, dove stiamo andando?”.

Le parole di Fofi fanno riflettere e anche diventare pessimisti, “la vocazione minorataria” è fuori mercato, fuori dalle logiche del profitto e del più becero progresso. “Liberarsi dal potere”. Goffredo Fofi non è stato pleonastico. Ha messo in luce un’altra vocazione da prendere in considerazione. D’altronde di questi tempi, movimenti e partiti che invocavano la vocazione maggioritaria, si sono resi conto che anche le minoranze vanno tutelate e prese in considerazione. Non è vero.

Sarebbe bello se fosse vero.

Per maggiori informazioni: www.iiclisbona.esteri.it

Goffredo Fofi: wiki/Goffredo Fofi

di Daniele ColtrinarI
 

 

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