Paulo Rocha è un territorio di reincontro di generazioni

Il “Cinema Nuovo” in generale, Os Verdes Anos e Mudar de Vida in particolare, sono uno stato di grazia per varie generazioni di cineasti.

Joaquim Sapinho, Manuel Mozos, João Pedro Rodrigues, Raquel Freire e João Salaviza parlano di questo reincontro nelle loro vite. Per tre anni, alla fine degli anni ’80, Joaquim Sapinho, appena uscito dalla scuola di Cinema, ha lavorato con il suo ex professore Paulo Rocha nell’adattamento di História Trágico Marítima. Tutti i giorni scrivevano, tutti i giorni leggevano e andavano per musei.

Il film non è stato mai terminato, ma questo apprendistato è servito al futuro cineasta come “recluta”. “È stata una cosa tragica per Paulo, anni e anni di preparazione per non farlo. È stato un apprendistato di qualcosa che ha a che vedere con il disamore nei confronti dell’arte e del cinema che c’è in questo paese. Ho imparato con lui che, quando due persone pensano ad un film, questo film esiste già. È una relazione di amicizia e amore tra due persone. Per me era una tragedia che Paolo non facesse il film, ma lo abbiamo vissuto.

È stata un’opera d’arte privata”, ha detto il regista di Deste lado da Ressurreição, (2011). Questo progetto, spiega, “si innestava su un’ascendenza mizoguchiana, (riferimento a Kenji Mizoguchi, regista giapponese, Ndt), che c’è in Mudar de Vida, (1966), e sulla passione di Paulo per il Giappone – legato all’ innamoramento per una ragazza giapponese che ha conosciuto quando studiava all’ IDHEC, (Institut des Hautes Études Cinématographiques), di Parigi – e che lo ha portato a girare A ilha dos Amores, (1982).

Sarebbe stato il culminare della sua passione per l’Oriente e di un legame con il Giappone personale e artistico, perché nel caso di Paulo il cinema e la vita erano legati”. Sapinho, 47 anni, riconosce che la forma con la quale Rocha ha parlato “della realtà portoghese senza stancarsi”, come se la guardasse da fuori e sempre con possibilità di rigenerazione – perché era in qualche modo straniero, suo padre era andato in Brasile, lui ha studiato all’IDHEC – il fatto che facesse “una attualizzazione permanente di come si viveva in Portogallo”, colloca questo periodo del Cinema Nuovo in una specie di stato di grazia per varie generazioni di cineasti. Che dura ancora.

“Le persone parlano di Os Verdes Anos, (1963), a causa dell’amore e dell’adolescenza, e in effetti lui ha fatto la prima storia d’amore moderna del cinema portoghese. Ma per me il più misterioso è Mudar de vida, a causa di questa cosa molto “mizoguchiana” che tutto, nella vita, sia legato. Un “mizoguchiano” con rammarico di non essere “renoiriano”, come spiega Sapinho. “Paulo è stato assistente alla regia nell’ultimo film di Renoir, Le strane licenze del caporale Dupont, (1962).

Ma c’era una tensione in Paulo: l’amore per la vita era sempre oscurato dal lato tragico. Penso che lui voleva essere più “renoiriano” di quanto non vi riuscisse nella realtà, perché nel fondo era “mizoguchiano.” Di apprendistato parla anche la regista Raquel Freire, 39 anni.

“Se c’è una cosa che mi ha insegnato, è stata il dare importanza alla forma di come viviamo l’uno con l’altro, perché il cinema è questo, è lavorare con tutti. È stato lui ad invitarmi a fare l’assistente in O Rio do Ouro, (1998). Io non venivo dal cinema, ma lui mi ha insegnato che a fare il cinema si impara. Lui stesso continuava sempre a imparare. Voleva sperimentare sempre cose nuove, tentava di esplorare nuovi cammini e non rimaneva fermo alle formule di successo”, racconta la regista di Rasganço (2001).

Film per il quale invitò Rocha a recitare in un piccolo ruolo. “Quando vide quello che doveva fare, era una scena con un nudo e del sangue, completamente opposta al suo lirismo estremo, perchè lui era molto poetico e aveva pudore… ma io sapevo che dovevo provocarlo.

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Paulo Rocha – foto tratta dal sito della RTP

Lui mi ha sempre spinto fino a ai limiti. Era così lui…” Anche Raquel preferisce Mudar de Vida a Os Verdes Anos. In modo ancora più estremo: “Mudar de Vida è il miglior film portoghese, è una lezione di cinema. Lui unisce persone della sua famiglia e del Furadouro, (località marittima del nord del Portogallo), con attori e riesce, a partire da questo, a creare un film. Questo è stato quello che sempre gli ho visto fare. Era coraggioso, generoso e molto talentuoso”. Anche Raquel è coraggiosa: “Tutti i film post-Paulo Rocha sono una ripetizione de Os Verdes Anos. I film di Sapinho, di Teresa Villaverde, parlano sempre di un giovane pieno di sogni confrontato con il sistema. Sono sempre un ritratto sociale e politico del paese a partire dai personaggi, dalle loro storie.” Manuel Mozos, 52 anni, alunno di Rocha, considera il suo lungometraggio Xavier, (1992-2002), che Paulo Rocha ha aiutato a finire, un omaggio dichiarato a Os Verdes Anos.

“Ma quello che mi ha segnato di più è stato qualcosa già fuori dalla scuola – la mia esperienza di montatore in Máscara de Aço contra Abismo Azul ,(1989), che resta una delle cose che ho fatto con più piacere. Penso che è quasi inevitabile, per chi ha avuto familiarità con lui, considerarlo una delle nostre grandi referenze. Stato di grazia. Si veda ciò che dice João Salaviza, 28 anni, il regista già premiato con una Palma d’Oro a Cannes e un Orso d’Oro a Berlino: “C’è un unico momento del cinema portoghese in relazione al quale mi sento in un rapporto di filiazione: Mudar de Vida, Os Verdes Anos di Paulo Rocha e Belarmino (1964), oltre a Uma Abelha na Chuva, (entrambi di Fernando Lopes, l’ultimo del 1972). Da essi ho preso l’idea che il cinema è un veicolo di osservazione della realtà, appassionato e compromesso.

È qualcosa che il cinema portoghese non ha più raggiunto nell’attenzione e nel sapersi compromettere con la realtà, dal lato sensoriale e nella forma come le cose sono viste.” Ciò che si vede in Arena, (2009) o in Rafa (2012), corti di Salaviza, è tinto di una certa nostalgia: di una vita nei quartieri di Lisbona che sono già scomparsi, di un cinema su questa vita che è minacciato.

“Quei film di Paulo Rocha sono una specie di influenza diretta nel mio lavoro: l’idea del cinema come macchina di registro della città di Lisbona e dei suoi mutamenti. C’è un reincontro tra generazioni e film su luoghi fantasmagorici, come i quartieri che erano campagna, Chelas, per esempio, perché cambiano continuamente ed è lì che io e altri cineasti stiamo filmando adesso.” Sul cinema e i luoghi:

“Lui viveva nel palazzo del caffè Vá-Vá a Lisbona e ha filmato l’entrata della sua stessa casa, che era quella in cui il personaggio Isabel Ruth lavorava in Os Verdes Anos, ricorda João Pedro Rodrigues,“Il cinema di Paulo Rocha parla di cose che sono vicine ed io sento questo nel mio lavoro. Ha filmato quei luoghi ta la campagna e la città. Quando ha incominciato, ha fatto cinema moderno, i film parlano di noi, dello stare vicino a quello che ci è prossimo, delle nostre emozioni – e questo è stato quello che Paulo Rocha mi ha lasciato.

Io poi mi sono rivolto all’Oriente, (il corto China China, del 2007, il recente lungometraggio A Última Vez Que Vi Macau, realizzato nel 2012 insieme a Rui Guerra da Mata), ciò che lui aveva già fatto. Mi aveva fatto conoscere Yasujiro Ozu, Kenji Mizoguchi, Shohei Imamura. Ho sentito come se le storie che avevo da raccontare a Lisbona si fossero esaurite e l’apertura all’Oriente mi ha permesso di continuare e credo che anche Paulo Rocha abbia sentito questo. Il modo di pensare, l’amore per le cose è quello che rimane.”

(Leggi l’articolo originale su Publico)

 
Paulo Soares da Rocha (Oporto, 22 dicembre 1935 – Vila Nova de Gaia, 29 dicembre 2012) è stato un regista cinematografico, sceneggiatore e attore portoghese. Fu assistente di Jean Renoir e Manoel de Oliveira.
Esordì alla regia con il film Os Verdes Anos nel 1963.



traduzione a scopi divulgativi e non lucrativi 
 
di Luca Onesti
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