Un giornalista italiano ai funerali di Antonio Tabucchi

Articolo di Carlo Colombo sul funerale di Antonio Tabucchi

Ho intervistato Carlo Colombo, un giornalista che ha raccontato e fotografato il funerale di Antonio Tabucchi, scrittore italiano che da tanti anni aveva scelto di vivere a Lisbona. Era un giorno di fine marzo, era il 2012. Non è passato nemmeno un anno dalla scomparsa di Tabucchi.

 

Come sei finito al funerale di Tabucchi? 

È andata così. Facevo colazione con mio padre. Non saprei definire lo stato d’animo in cui mi trovavo. Se fosse tristezza, sfiducia, o il sentimento di avere preso una strada sbagliata. Fatto sta che mio padre, poco prima, mi aveva informato. Era lunedì. La notizia era passata al telegiornale, il giorno prima, ma io non ne sapevo nulla. Lessi i coccodrilli. Ricordo in particolare Giulio Ferroni sull’Unità. Poi Repubblica, il Corriere. Per me, Tabucchi è stato un punto di riferimento. Per il suo stile soprattutto, per le storie che raccontava e per il modo di raccontarle. Il suo amore per il Portogallo mi contagiò già al liceo. Nonostante gli avessi stretto la mano una sola volta, a Lugano, in occasione della consegna del premio Mascioni per la poesia, lo sentivo come un amico, o una presenza amichevole. Così, decisi di andarlo a salutare per l’ultima volta.

Per farne un’occasione di lavoro e recuperare le spese di viaggio, iniziai a contattare varie agenzie e testate, per sapere se fossero interessate a un servizio. In poche ore mi rispose Lettera22 di Roma, che mi commissionò un articolo per Il Tirreno.

 

L’aria che hai respirato assistendo all’esequie dello scrittore italiano? Scrittore Italiano o Portoghese?

Il giorno prima del funerale, appena sceso dall’aereo, raggiunsi la camera ardente, che era allestita alla biblioteca municipale, davanti alla Praça dos Touros, a Campo Pequeno. Sul feretro c’erano mazzi di garofani rossi e nella stanza, tra librerie antiche, c’erano personaggi del mondo della cultura e delle istituzioni: ricordo in particolare l’editore Carlo Feltrinelli e il sindaco di Vecchiano, città natale di Tabucchi.

Ovviamente, c’era la famiglia, con i figli Teresa e Marco, la nipotina e la vedova, Maria José de Lancastre, detta Zé. Nel cortile, mi si fece incontro Marzio Breda, inviato del Corriere della Sera, che notò la mia attrezzatura fotografica. Gli serviva un fotografo per i funerali del giorno dopo. I presenti tennero a turno brevi discorsi in ricordo del defunto. In serata, pare fosse passato anche il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, ma nessuno lo vide. I funerali si tennero l’indomani, nel primo pomeriggio al cimitero dos Prazeres, secondo un rituale laico che prevedeva letture in francese, portoghese e italiano. In italiano lesse lo scrittore Andrea Bajani, amico di Tabucchi. Fu una cerimonia intima e raccolta. Qualche giorno dopo, alla Casa Pessoa si sarebbe letto integralmente Requiem, unico racconto che Tabucchi abbia scritto in portoghese, in una maratona a più voci. Il giorno dopo, accadde la stessa cosa all’istituto italiano di cultura, con i racconti della raccolta “I volatili del Beato Angelico”.

Quella volta partecipai anch’io. Mi toccò un brano tratto da “La frase che segue è falsa. La frase che precede è vera” : una lettera che Tabucchi immagina di scrivere in prima persona a Xavier Janata Monroy, membro della società teosofica di Madras, già personaggio del suo “Notturno indiano”.


C’è qualcosa a tuo avviso che accomuna il Portogallo e l’Italia? 

 Tutto e niente. Sono paesi molto simili, ma anche irrimediabilmente diversi e lontani. Ad esempio, sono entrambi paesi cattolici, ma di un cattolicesimo diversissimo ad esempio da quello ambrosiano, che è ancora diverso da quello romano. Per secoli, l’Italia ha guardato al Portogallo come avrebbe potuto guardare al favoloso regno del Prete Gianni. Certamente, Tabucchi lo ha reso più vicino e concreto, tracciando un ponte, dove è stato più volte ripetuto in quei giorni, in camera ardente e altrove. Un ulteriore contributo lo ha dato anche il film di Faenza, con un indimenticabile Marcello Mastroianni, attore italiano per antonomasia alla sua ultima apparizione. Spesso ci si innamora di un posto più per la sua immagine, che per il posto per come è in realtà. Forse, è quanto mi è successo. Ho iniziato ad amare quel paese prima ancora di averlo visitato. È successo con “Sostiene Pereira”, ma anche con i “Piccoli equivoci senza importanza”, “Notturno indiano” o “Piazza d’Italia”, che pure non c’entrano nulla con il Portogallo, o quasi. Non so se sia semplice confusione mentale, o ci sia un rapporto tra l’immagine che mi sono fatto del Portogallo e l’universo letterario, fatto di suoni e sogni, immagini sfumate e idee nette, costruito da Tabucchi.

Il funerale si è svolto a Lisbona, città nella quale Tabucchi viveva da decenni, tornando in alcuni periodi dell’anno in Italia. Cosa c’è di Tabucchi a Lisbona e cosa c’era di Lisbona in Tabucchi?

Se dovessi trovare la forma retorica della domanda direi che hai usato una endiadi, ossia hai diviso in due una unica domanda, per semplice artificio. Volendola rispettare, direi che per la seconda parte lascio rispondere le note bibliografiche. Proprio ora, mentre sto scrivendo, ho davanti a me, sulla scrivania “A Lisbona con Antonio Tabucchi”, una sorta di guida alla città attraverso i luoghi tabucchiani, scritta da Lorenzo Pini per la Giulio Perrone editore di Roma. Per la prima parte, invece, dico che sono stato nella via dove aveva casa Tabucchi, nel quartiere di Rato, quale mi era stata indicata dal suo traduttore portoghese, ma non l’ho riconosciuta, la casa. In fondo, non sapevo sotto quale numero civico si trovasse e avrebbe potuto essere qualunque. Ecco, mi piace pensare che questa regola valga per tutte le strade e tutti i quartieri di Lisbona. In fondo, uno scrittore non dà informazioni turistiche, ma uno sguardo complessivo, senza confini: insegna a guardare le cose in un certo modo, anziché in un altro. E questo effetto si riverbera anche su una città.



In “Sostiene Pereira” si legge: “Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate. Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava”. Il giorno del funerale di Tabucchi, Lisbona sfavillava?

Questa domanda mi piace. Sì, quel giorno Lisbona sfavillava. Nei giorni successivi avrebbe piovuto. Il cielo era capriccioso, come solo le terre ai margini dell’oceano sanno regalare, dove non ci sono rilievi che possano arginare i venti. Mi hai fatto una domanda e hai citato l’inizio di un romanzo breve, di impegno civile, che parla di una presa di coscienza, di una scelta di campo, sofferta, travagliata, ma inevitabile. Quando ho preso l’aereo per andare a trovarlo e scrivere del saluto dei suoi cari, ho seguito quelle stesse ragioni del cuore, che a sua volta Tabucchi citava da Pascal. Vorrei però lasciarti e chiudere questa intervista con le ultime pagine di un altro romanzo di passione civile. Se “Sostiene Pereira” è la risposta intellettuale alla scesa in campo di Silvio Berlusconi nel 1994, Tabucchi scrisse “La testa perduta di Damasceno Monteiro” sulla spinta di una fatto ben più increscioso e drammatico, occorso in Portogallo: la tortura e la decapitazione di un tossicodipendente in una stazione della Guardia Nacional Republicana, a Sacavém, quartiere periferico di Lisbona. Il romanzo, ambientato perlopiù a Oporto, si chiude con un dialogo tra l’avvocato Fernando detto Loton, eccentrico principe del foro e paladino dei diseredati, e il giovane giornalista e inviato Firmino.

Il caso è stato di fatto archiviato, perché la ragione di stato ha prevalso sulle istanze di giustizia. Spunta però una testimone oculare, tale Wanda.

Il romanzo così si chiude: “Aprì la porta e fece per uscire. Ma si fermò sulla soglia. Avvocato, disse, a quella testimonianza non crederà nessuno. Pensa, chiese l’avvocato. Un travestito, disse firmino, ospedale psichiatrico, schedato per prostituzione. Figuriamoci. E fece per chiudere la porta dietro di sé. Don Fernando lo fermò con un gesto della mano. si alzò a fatica e avanzò verso il centro della stanza. Puntò l’indice contro il soffitto, come se si rivolgesse all’aria, poi lo puntò verso Firmino, e poi lo diresse verso il suo petto. È una persona, disse, si ricordi questo, giovanotto, prima di tutto è una persona. E continuò: Cerchi di essere delicato con lei, abbia molto tatto, Wanda è una creatura fragile come il cristallo, una parola storta e le vengono crisi di pianto”.

Carlo Colombo scrive per “La Prealpina”, quotidiano della provincia di Varese. Si occupa di cronaca, economia, cultura, politica. Tra le sue passioni anche anche la fotografia. Laureato in lettere moderne, la sua tesi biennale diventerà presto un libro: “Tre mesi in Portogallo nel 1822” di Giuseppe Pecchio. 

 

di Daniele Coltrinari
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