Un’architettura felice

Alla maniera del movimento “antropofago” brasiliano degli anni ’20, si potrebbe dire che Oscar Niemeyer ha divorato l’architettura moderna. O, come diceva un altro Oscar famoso, Oscar Wilde, “il talento chiede in prestito, il genio ruba”.

Niemeyer si appropria in tale maniera dell’architettura moderna, essenzialmente una creazione delle prime decadi del XX secolo europeo, che giunge a credere che l’ha in effetti inventata.

In realtà, le aggiunge un nuovo senso di avventura. Il cemento, il “concreto”, si erge in superfici che slittano, curve e rigirate; il “poema dell’angolo retto” è corto; la “funzionalità” non deve ingannare. Laddove Le Corbusier è mediazione tra l’Architettura e l’Era della Macchina, Niemeyer segue una linea retta. Semplifica la costruzione; si concentra sulla creazione di uno spazio radioso.

Creando un linguaggio di puro gusto dà all’architettura moderna una dimensione erotica, ludica e popolare, a volte quasi kitsch. (Come quando Caetano Veloso canta autori “commerciali”). Si veda la “nave spaziale” del Museo di Niterói.

Rompendo con l’idea del moderno come “metodo”, afferma uno “stile”, forse per questo ha successo da noi già negli anni ’50. Si direbbe che ci presta una certa felicità. Se l’architettura moderna cerca storicamente di creare una mediazione tra arte e industria, porta con sé dilemmi culturali di grande complessità, l’opera di Niemeyer, demiurgica e incantata, sorge d’impeto improvviso. Come in un “samba di una sola nota”, le curve s’istallano, le rampe si succedono.

Museum of Contemporay Art, Niteroi, Rio de Janeiro, 1996, Oscar Niemeyer

Trattandosi di rifondare il paese, l’essenziale dev’essere ripetuto: “ci saranno altre note, ma la base è una sola.” L’architettura non è mai stata così libera e prossima, così alienata dall’accessorio come quella di Niemeyer. Normalmente è risultato di compromessi che la distanziano dalla natura, dalla vita stessa. In Niemeyer c’è solo prossimità e usufrutto.

Se in Europa l’architettura moderna prende la forma di “tentativo” di spiegazione, a volte molto bella, di un pensiero, l’architettura di Niemeyer sorge nella condizione di “poesia”, è legata solo alla sua inevitabilità. Laddove la Villa Savoye (Poissy, 1929), di Le Corbusier, è collocata in una radura, a distanza prudente da ciò che la circonda, la straordinaria Casa delle Canoe (Rio de Janeiro, 1952) appartiene all’ordine della natura ed è radicalmente moderna. La “marquise” nel Parco Ibirapuera (São Paulo, 1954), una passeggiata coperta con le obbligatorie curve e “piloni” in organizzazione libera, è il più commovente spazio pubblico che ha costruito l’architettura moderna.

La definizione di “spazio” moderno si manifesta nella sala di Itamaraty (Brasilia, 1962).

Con la possibile eccezione di Frank Lloyd Wright negli Stati Uniti, non c’è un esempio, nel XX secolo, di un architetto così decisivo nella costruzione dell’identità di un paese come Niemeyer. Tra gli anni ’60 e gli ani ’80 intanto, l’architettura moderna brasiliana si apre all’esterno. La città di Brasilia, inaugurata nel 1960, sorge in un momento in cui la cultura architettonica si rivolge ad altri orizzonti.

Come una Versailles democratica, non esattamente una “città” ma un “monumento” a un certo XX secolo (socialista, modernista, volontarista), Brasilia rimane un enigma bello e terribile. Prima ancora che la storia si facesse, nel momento in cui veniva inaugurata, Brasilia era già un “monumento”.

È anche questo il problema del lascito di Niemeyer, che l’illimitato orgoglio brasiliano non ha permesso di “criticare”.

Che cosa sopravvive del gesto libero, della monumentalità, e della “fondazione”? Si tratta di una architettura felice, senza dubbio, ma come canta João Gilberto: “la tristezza non ha fine, la felicità, sì…”.
(Leggi l’articolo originale su Publico)

traduzione a scopi divulgativi e non lucrativi 
 
di Luca Onesti
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